CAPITOLO XVII.
Al cominciare di quest’istessa sera, mentre la Lisa con tanto disagio e pericolo usciva di Firenze per cercare di Troilo, egli se ne stava contento e senza pensieri nella villa Guicciardini a cena col principe d’Orange e con un monte di capitani e di gentiluomini, che vi passavano il tempo lietamente quando i doveri militari non li chiamavano altrove: vi trovavan ricca mensa, carte e dadi, e quanti trattenimenti eran comportabili co’ luoghi e col tempo che correva. Quantunque per la grettezza di papa Clemente fosse in quell’esercito gran penuria di danaro, e che i soldati pel difetto delle paghe vivessero nello stento sempre, e spesso s’ammutinassero, i capitani avevan però bastante giudizio per regolar le cose in modo da non patir mai, essi almeno, nè fame, nè sete, ed anzi aver sempre preparata una buona tavola. Su questo punto della tattica militare, sembra che tutti i gran capitani siano andati sempre d’accordo, prima e dopo l’invenzione della polvere, ed il principe d’Orange, che nella sua fresca età di 27 anni era uno de’ più arditi ed esperti di cui faccia menzione la storia, neppur in questa parte non rimaneva addietro dagli altri.
La villa de’ Guicciardini, in buon essere ancora ai nostri giorni, è posta sulla strada che dal pian’ de’ Giullari conduce a S. Margherita a Montici. Essa consiste in due fabbriche a due piani, quadrate e piuttosto nane: due muri merlati le congiungono, e lasciano in mezzo un vano che serve di cortile. Nel muro verso strada è il portone coll’arco e gli stipiti a bugnato. Le finestre del terreno, disposte con bella proporzione ed a piacevoli distanze secondo lo stile Bramantesco, son munite di grosse ferriate, che dal cornicione sovrapposto scendono ad appoggiarsi su un largo davanzale petto da due mensole. Nella fabbrica posta a manca di chi entra pel portone di strada, era alloggiato il principe insieme co’ suoi gentiluomini e paggi, in quella a mano ritta erano i servi colle bagaglie ed i cavalli.
Nel cortile, illuminato dalla luce rossiccia di fiaccole resinose, molti vasi d’agrumi ricoverati ivi da giardinieri della villa per salvarli dall’accetta dei soldati, servivano di rastrello alle alabarde de’ lanzi che tenevan la porta. Fuori di questa, lungo i muri, molti cavalli colle briglie e le selle, guardati da’ valletti, aspettavano i loro padroni. Questi, dandosi allora buon tempo tra i dadi e le bottiglie, vicini ad un buon fuoco, in sale ben riparate, tutte scintillanti di lumi, avean del disagio, del freddo, della noja che soffrivan per loro uomini e bestie, appunto l’istesso pensiero che prende un lord inglese d’una carrozza a nolo che l’aspetti alla porta d’un ballo in un ambiente di 15 gradi sotto lo zero.
Finita la cena, sparecchiata la tavola, vennero le carte ed i dadi. Il principe vestito d’una cappa di velluto cremisi foderata di vajo, sotto la quale non avea altro che farsetto e calzoni di pelle di dante, per poter presto ad ogni bisogno indossare l’armatura, giuocava al Lansquenet con D. Ferrante Gonzaga, il Co. di S. Secondo, Pier Luigi Farnese ed una decina di ufficiali spagnuoli e tedeschi. Egli si teneva davanti un mucchio di fiorini d’oro; ne poneva una manciata ad ogni posta, e comunque la fortuna decidesse, il suo volto rimaneva sempre ugualmente altero ed impassibile; chè gli statuti cavaliereschi, e le massime in vigore tra la nobiltà, volevano si giocasse largamente, si perdesse con indifferenza e si pagasse senza ritardo.
Per osservar queste leggi, un giorno tra gli altri, al dir del Varchi, egli dovè dare a’ suoi compagni di giuoco il danaro che papa Clemente gli avea mandato per le paghe dell’esercito. I soldati morivan di fame, ma il debito d’onore era soddisfatto. Tra i due mali si scelga sempre il minore.
Per la sala alcuni, o seduti su larghi seggioloni a bracciuoli, o passeggiando innanzi e indietro, conversavano, ridevano, parlavan di caccia, d’amore, di fatti d’arme, di quistioni, di duelli, in una camera vicina, molti de’ più giovani attendevano a schermire, ed in quel momento, fatto un cerchiello, badavano ad un assalto di spada e pugnale, nel quale Troilo ed Alessandro Vitelli mostravano egual destrezza, quantunque il primo fosse dai più giudicato averne la meglio.
Per le sedie e per le tavole stavan buttati alla rinfusa i cappelli, gli elmi, i guanti, le spade ed i pastrani de’ convitati; dal muro dipinto a fresco, e scompartito in molte storie chiuse in cornici di stucco a bassorilievo, pendevano armi, pennoni, bandiere ed arnesi da guerra d’ogni maniera: ed i chiodi che le reggevano, piantati senza riguardo nelle pitture, le avean tutte scrostate e guaste.
Nell’un de’ lati s’apriva un largo ed alto cammino la di cui cappa sporgeva molto innanzi, e posava su due figure di cacciatori ritte contro gli stipiti, le quali tenevansi alla bocca una cornetta; il cornicione che reggevano col capo e con un braccio era pieno di bellissimi fogliami, d’animali e mascherine; ed al di sopra due ninfe giacenti tenevan ritto tra loro uno scudo sul quale eran le tre cornette de’ Guicciardini.