Un uomo di mezzana statura, che mostrava nella persona una vecchiaia anticipata, sedeva su un seggiolone al fuoco: solo, tutto assorto ne’ suoi pensieri, pareva non s’accorgesse, o non si curasse, delle risa, del chiasso che si faceva intorno a lui. Vestiva il lucco ed il cappuccio fiorentino, e col gomito appoggiato ad uno de’ bracciuoli reggendosi la gota col pugno chiuso, guardava fisso il serpeggiar della fiamma, ed a seconda dei pensieri che lo travagliavano, ora aggrottava le ciglia, ora così un poco scrollava il capo, e talvolta a fior di labbra sorrideva, ma il suo ridere esprimeva tutt’altro che allegrezza. Era costui messer Baccio Valori commissario pel papa all’esercito imperiale. Uomo di acuto ingegno, pratico delle cose di stato, avido di potere e tenuto astutissimo. Egli dovette però accorgersi, dopo alcuni anni, che la più sottile astuzia sta nell’esser uomo dabbene, poichè non riuscì alla fine a salvar il suo collo dalla scure di Cosimo I.

Dalla riuscita dell’impresa di Firenze dipendeva l’adempimento delle sue ambiziose speranze, o la sua totale rovina. Se la città veniva espugnata e sottoposta al giogo mediceo, egli saliva ai primi gradi, otteneva onori e ricchezze, egli allora era il buono, il prudente, l’amico dell’ordine e delle leggi. Se in vece il popolo vinceva e conservava la sua libertà, egli rimaneva col bando di ribelle, spogliato dell’avere, e nella dispregiata condizione del traditore deluso.

Ma per riuscire le difficoltà eran molte e gravissime. Egli doveva tenere il campo abbondante di munizioni e vettovaglie, mentre al papa per un lato incresceva lo spendere, ed il principe per l’altro non era buon massajo, come vedemmo, neppur di quei pochi danari che tratto tratto venivan pagati dalla camera apostolica. Nell’animo di Clemente VII si era inoltre generato il sospetto che il principe d’Orange allo stringer de’ conti, intendesse far per sè l’acquisto di Firenze, ed il Valori aveva l’incarico di tenerlo d’occhio per isventare al bisogno le sue macchinazioni[38]. E finalmente, la parte de’ Piagnoni, che s’era sperato sbigottire col solo accostar l’esercito alle mura, si vedeva ora invece tanto cresciuta d’animo, e tanto pronta alla difesa, che si poteva ragionevolmente dubitare del fine di questa guerra.

Stimando cosa importantissima aver in Firenze chi lo tenesse avvisato giorno per giorno delle risoluzioni dalla parte nemica, s’era ingegnato mantenere corrispondenza secreta con molti Palleschi: ma da costoro, sospetti al reggimento, era o tardi o male informato, e giovavano poco o nulla. Avrebbe potuto fare gran fondamento sopra Troilo, il quale, se una volta gli veniva fatto d’entrare in casa Niccolò, ed affiatarsi con esso, si sarebbe trovato per dir così nel cuore della parte Piagnona, ed a portata di conoscerne i pensieri e le risoluzioni più secrete.

Ma poco sperava da questo giovine. Quantunque avesse promesso a Malatesta di porsi a tale impresa, come vedemmo al capitolo VI, quantunque neppure al Valori istesso non avesse disdetta la sua parola, si mostrava però tutt’altro che smanioso di osservarla: ora trovava un pretesto, ora un altro, moveva mille dubbj, e non si sapeva risolvere a barattare la vita del campo un po’ dura talvolta, ma pur libera, piena di licenza e condita dai piaceri di cui godeva nella casa del principe, col viver uggiuso e malinconico d’una città assediata, piena di prediche, processioni e discipline, ove appunto gli sarebbe toccato abitare nella casa più austera, e sotto l’uomo più temuto e più rigido della parte Piagnona.

Se dunque Baccio Valori, con tanti pensieri pel capo, col contrastar continuo a tanti diversi umori, vivea malissimo contento, e se ne stava solo e malinconico, senza partecipare all’allegrezza ed ai solazzi che l’attorniavano, non è da farne maraviglia, invece è da ringraziare Iddio, che in questo mondo si duri più fatica talvolta a far il birbone che ad esser galantuomo.

In quella, posto fine al giocar di spada, una frotta di que’ giovani entrarono nella sala, e facendo tra loro non so che baje, se ne vennero a furia e schiamazzando verso il cammino, e trascorrendo all’impazzata, urtarono malamente il seggiolone sul quale sedea Baccio. Egli si volse stizzito e brontolando, mentre Troilo accostandoglisi, diceva ridendo:

—Non v’adirate messer Baccio, e cacciate codesti pensieri, chè il viso ogni giorno vi s’allunga d’un braccio.... non sapete voi che cent’anni di malinconia non pagano un quattrin di debito?—

—Tu sei un gran pazzo, e se attendessi ad altro che a queste bajate, e’ sarebbe pure il tuo meglio. Ora siedi qui un momento, chè dovresti però esser stracco al diavoleto che avete fatto finora.—