Ascoltando il cuore soltanto, avrebbe risposto al frate con un rifiuto netto; ma anche prima d’udirlo, se avesse avuto il tempo di fermar un momento il pensiero, si sarebbe col suo buon giudizio persuaso presto che Troilo, rimesso in patria e divenuto buon cittadino, Troilo, al quale era debitore della vita del figlio, non poteva più trattarsi come Troilo Pallesco; e tosto o tardi, dacchè non si potea però togliere ch’egli non fosse marito della Lisa, sarebbe bisognato perdonargli e riceverlo in grazia.

Udendo com’era passata la cosa, e l’uccisione del soldato, non gli pareva ragionevole il dubitare della sua sincerità, e non essendo il vecchio per natura suo uso a tergiversare, disse finalmente:

—Chi è amico di questo popolo, e combatte per la sua libertà, non può esser mai nemico di Niccolò de’ Lapi. All’ingiuria ch’egli mi fece, ora, lo conosco, è contrapposto un gran beneficio; poi ad ogni modo, a fronte della calamità pubblica, debbon tacere gli odj privati, essi terrebber divisi gli animi, quando più è necessario che si mantengan uniti....

—Fra Benedetto! voi conoscete Niccolò da cinquant’anni, conoscete i miei pensieri, e quanto abbia curato sempre l’onore di questa povera casa! Io non mi sarei mai immaginato che m’avesse a succedere quello che m’è accaduto!.... Iddio vide ch’io meritavo questo castigo! Ora egli vuole che il sacrificio si consumi, sia fatta la sua volontà...—

E rimasto sopra di se un momento, soggiunse:

—Io perdono a Troilo ed alla Lisa.—-

—Messer Niccolò, disse il frate ponendogli sul braccio una mano: Iddio si ricorderà di queste vostre parole, ed io che vi conosco, come voi dite, so quel che vi costano, e perciò quello che valgono.—

Così dicendo s’alzava per tornare a S. Marco, non vedendo l’ora di portare a Troilo questa buona nuova; Niccolò lo rattenne. Al punto di fare alla patria il sacrificio d’un odio cotanto radicato ed acerbo, al punto di accogliere qual figlio uno di quella parte la quale gli avea sempre contrastato il più impetuoso de’ suoi desiderj, quello di veder Firenze libera e felice, e gliel’avea contrastato con modi ora astuti, ora violenti, ma scellerati sempre, si sentiva bisogno d’un ultimo sfogo, e di versare nel petto d’un amico l’amarezza onde il suo traboccava. Fatto seder di nuovo Fra Benedetto, diceva scrollando il capo, e saettando a quando a quando certe terribili occhiate che mettevano paura al mansueto religioso:

—Sì, gli perdono! L’ho detto, e basta, ma mi costa! non lo nego, mi costa, e molto! Pensate, Fra Benedetto, che non v’è stata sventura, non v’è stato danno o ruina di quante hanno percosso la nostra città, e questa mia casa dal 34[40], quando ritornò Cosimo sino ad oggi, che non ci sia venuta da quei perfidi Palleschi. Per loro l’ossa di messer Cione mio padre giacciono in terra straniera! Per loro non istette che non fossimo preda di re Carlo nel 92! Per loro questo popolo già tanto religioso e costumato, corrotto da pessimi esempi, s’è ridotto di sorte che ormai Firenze è fatta un postribolo! Per loro fu arso e saccheggiato Prato nel 12: da questi sozzi, vituperati ribaldi fu morto quel mirabile e santissimo Fra Girolamo, ed ora non contenti di metter essi le mani violente nel sangue della misera patria, chiamano in soccorso persino i barbari che gli ajutino a lacerarla.... e questo ribaldo papa benedice le spade destinate a trafiggere i suoi concittadini e a desolar quella terra che gli fu madre!.... Non dovrei parlar più di questo Troilo, poichè ho stabilito di perdonargli, ma con voi, Fra Benedetto! da 50 anni siamo amici! Egli è pur forza ch’io lo dica per l’ultima volta, egli m’ha troppo assassinato!—

Tacque un momento; poi con un sospiro disse risolutamente: