—Orsù, questa sera voi farete di condurmeli tutt’a due; voglio che ci si trovino i miei figliuoli, e Lamberto, che anch’esso lo tengo per tale. Io so che le case degli Ardinghelli andarono a sacco, e furon parte rovinate: vo’ mostrargli ch’io non fo le cose a mezzo. Venga ad abitar nella mia finchè egli abbia dove andare.... già ormai questa era troppa casa a sì poca famiglia.—
Fra Benedetto contentissimo dell’ottimo fine di questa pratica, dopo aver grandemente commendata la determinazione cotanto magnanima di Niccolò, tolta licenza se ne tornò a S. Marco, e trovato Troilo, gli fece intendere che la sera istessa l’avrebbe condotto dal suocero, che da quel momento l’accettava per figlio e dimenticava tutto il passato. Non è a dire se il giovine si mostrasse contento e grato al buon frate di cotanto beneficio. Mancava ora che dai magistrati egli venisse liberato dal bando. Fra Benedetto scrisse una lettera ad Alessandro d’Antonio Scarlattini, uno de’ cinque sindachi de’ rubelli; Fanfulla tolse il carico di portarla, e messosi per la via non tardò molto a ricomparire con risposta favorevole, per la quale Troilo ribenedetto potè uscire sicurissimo dal convento a ritrovar la Lisa, che tutta ansiosa lo stava aspettando, e fu per morir dall’allegrezza, udendo con quanta felicità venissero a terminarsi tutti i suoi dispiaceri.
Rimasti così un poco a far festa e rallegrarsi insieme, Troilo se ne uscì dicendo che trovandosi colle sole sue armi, e non avendo panni civili voleva andare a rivestirsi per potersi presentare decentemente la sera, ed avviatosi verso Calimala, veniva per istrada cercando il modo di poter senza dar sospetto trovarsi con messer Benedetto de’ Nobili per dargli la lettera di Baccio, e conferir seco sugl’interessi della parte Pallesca.
Messer Benedetto stava appunto di casa in una delle vie che da Calimala sboccano sul corso degli Adimari. Troilo, passando davanti all’uscio suo, lo trovò chiuso:, alle finestre non era persona. Andò innanzi alle sue faccende, e in una bottega di sarto vicina pochi passi trovò panni quali s’usavano in quel tempo da’ soldati: una cappa chiamata alla spagnuola, cioè colla cappuccia di dietro, calza tagliata al ginocchio con cosciali fregiati di velluto, ed in capo un tocco. Scelse colori oscuri pensando «questo zazzerone[41] di Niccolò, mi troverà più a suo modo così.» Quando fu rivestito, legò tutte insieme le sue armi, dicendo avrebbe mandato per esse, e mentre attendeva ad assettarle, venne appiccando ragionamento col sarto per veder di scoprire dove messer Benedetto si riparasse, che non avrebbe voluto entrargli in casa così alla scoperta, ma neppur s’arrischiava domandar di lui direttamente; perciò, dopo un lungo giro di parole, compose una sua novella, che veniva di Bologna per una lite che gli era mossa da certi mercanti, e gli conveniva cercar di un dottor di legge per consiglio, e pregava finalmente il sarto se ne conoscesse alcuno valente glielo insegnasse. Questi, come Troilo sperava, propose tra primi Messer Benedetto, e disse che se non lo trovasse in casa, era sicuro incontrarlo alla stamperia del Giunta, in faccia alle scalere di Badìa[42], o all’osteria del Porco, o in sulla bottega di Benvenuto Orafo in Mercato nuovo.
Troilo vi si condusse, e trovò sulla porta molti giovani ed omaccioni tutti della milizia dei quartieri, che ogni giorno vi praticavano, dilettandosi di veder lavorare il Cellini, ed intrattenendosi con esso, chè s’era messo in ordine anch’egli sotto il suo gonfalone, e diceva tante gran cose, che pareva volesse egli solo ingojarsi l’esercito imperiale. Quando Troilo vi capitò, era tra loro un gran bisbiglio, perchè Benvenuto s’era partito di nascosto d’ognuno e correva voce fosse tornato a Roma. Chi diceva che bisognava farlo raggiungere, chi voleva gli fosser saccheggiate le sue robe, altri gridava «E’ converrebbe impiccarlo» ed i più, concordavano che si dovesse bandire; questo subuglio venne a proposito per Troilo, che vide messer Benedetto tra costoro, e potè accostarsegli senza che alcuno ponesse mente al fatto suo. Fattosegli dappresso, disse, guardando il cielo: «Domani pioverà» (era accordo fatto tra il Valori e messer Benedetto, che questa frase servisse a fargli riconoscere coloro che venivano da parte del primo, e de’ quali potea fidarsi) messer Benedetto si scosse a queste parole e gli venne in mente fosse Troilo appunto, che da molti giorni aspettava: guardandolo attentamente gli parve ravvisarlo, chè non s’era imbattuto più in lui da molti anni, ed anche allora non lo avea conosciuto se non di veduta.
Trattosi seco un po’ in disparte, e saputo ch’egli era desso, gli diceva:
—Non è bene che noi pratichiamo insieme.... ma per poterci parlare sicuramente ti farai scrivere tra’ fratelli della buca di S. Girolamo[43]: io vi vo ogni sabato ed ogni vigilia di festa: per riconoscerci, che tutti colà siamo col viso coperto dal cappuccio, avverti ch’io farò un segno di croce colla mano nuda e mi metterò il guanto tossendo tre volte: tu mi ti accosterai dicendo «egli è freddo.» Ora scostati, e se mai c’incontreremo in luogo pubblico, non far le viste di conoscermi.—
Troilo gli diede la lettera di Baccio e senz’altra parola si separarono.
Messer Benedetto, cui tardava leggerla, corse a casa, si chiuse nel suo scrittojo a pian terreno, ed apertala, trovò che dapprima l’ammoniva star cogli occhi addosso a Troilo, il quale di carattere leggiero e facile a lasciarsi aggirare, correva rischio di venir sottomesso, e forse mutato dall’autorità di Niccolò; gl’indicava poi la traccia da seguirsi d’accordo con Troilo pel vantaggio generale della parte, e finiva colle seguenti parole: «E quando la città sia in mano nostra, che o prima o poi lo sarà, senza manco nessuno, lascio a voi la cura che Niccolò non ci possa fuggire: e non dico altro, ch’io so a chi lo raccomando.»
—Non dubitare!—Disse il Nobili buttando la lettera sotto il camminetto ed osservando che tutta venisse ridotta in cenere.