—Eh! non dubitare; se anche perdessimo una qualche archibugiata, non ce ne vorrà mancar per questo.... di tal derrata ce n’è abbondanza, la Dio grazia.... così la ci fosse di starne e fegatelli, e di buon trebbiano. Ho veduto dalle mura che governo hanno fatto delle vigne sul poggio sopra Arcetri, ve n’è rimasto quant’io n’ho sulla palma della mano. Se è così per tutto, avremo a bere trebbian di carrucola.—

Niccolò non rispose nulla, ed Averardo, senza far nemmen l’atto di sorridere, disse mezzo stizzito:

—Beato te, che la ti va sempre per un verso.—

—Mi va! mi va! Già lo sai ch’io voglio aspettare a star ingrugnato quando sarò nella bara, chè ora non ci conosco profitto nessuno. Eh via! stiamo di buona voglia, che forse forse la finirà meglio che non pensate. E tu, Lamberto, rallegrati che hai pur fuggito il gran brutto rischio.... è mia sorella la Lisa, ma non importa, avresti avuto per donna una pazzerellina, e di costoro n’è gran dovizia in Firenze; sarai sempre a tempo.—

Mentre erano in questi ragionamenti comparve la fante M. Fede, e distesa una tovaglia di bucato su una tavola, vi depose un vassojo con due fiaschi di vino; venne Maurizio, il famiglio di Lamberto, quello ch’egli avea tratto dall’Adda, portando i bicchieri ed un piatto di confetti, chè in quel tempo in Italia ogni riconciliazione voleva il bere, come anche oggi giorno nelle province meridionali di essa, ove sono frequenti risse sanguinose fra contadini: e ci sovviene aver assistito ad una di queste paci, ove due che s’erano voluti ammazzare il giorno innanzi, vennero condotti tutti malconci e colle ferite fasciate, a bere insieme: e ci fu detto, che dopo quest’atto non vien neppur in mente di dubitare, che non si siano vicendevolmente perdonato.

Dopo il breve dialogo che abbiamo narrato, si erano tutti ammutoliti, che in quei momenti ove abbondano i pensieri vengono meno le parole. La fante soltanto bisbigliava sommessamente col famiglio per dirigere l’apparecchio, e tratto tratto dava un’occhiata ai suoi padroni, chè si moriva di voglia d’appiccar discorso sul ritorno della Lisa e mostrar l’allegrezza che ne sentiva; vedendoli tutti ingrugnati, quando appunto, secondo essa, avrebbero dovuto confortarsi e far buon viso, non sapea darsene pace, ma poi s’acquetava colla solita riflessione che usava applicare a tutti i casi superiori alla sua intelligenza, ed ove entrassero signori e ricchi, e diceva fra se stessa: «già, hanno le loro fantasie! È inutile, bisogna lasciarli stare.»

Maurizio invece, sotto l’apparenza fredda e riposata degli uomini boreali, si rodeva di dover far onore ed accoglienza a quello che aveva fatto così brutto torto al suo padrone, pel quale sentiva l’affetto esclusivo, scevro d’ogni pensiero d’utile proprio, che, a vergogna dell’umanità, ha nel cane il più perfetto modello. E quando M. Fede gli disse tutta contenta:

—Vedi Maurizio, di questi fiaschi ce n’è pochi in Firenze! gli avevo riposti,... pareva che il cuore me lo dicesse, a che dovevan servire!—

Egli rispose scrollando il capo:

—Questo fostro messer Droile, io piuttosto harchibusata, che picchieri di fino!—