Essi si perderono parte tra la folla, e Troilo, che avea pur dovuto andarne con loro e mostrarsi volonteroso ed ardito, pensava in cuor suo «Sarebbe bella che tutte le promesse di Baccio finissero stanotte con una buona archibusata!»
Niccolò allora, mandata a combattere anco la maggior parte degli operai che erano venuti ad offerirglisi, ne tenne con se otto o dieci onde l’ajutassero metter in ordine la casa e prepararla a sostenere un assalto. Quel suo primo furore avea dato luogo alla ragione, e poichè la città non era ancor vinta, dispose, mutando proposito, e considerando che le sue povere figliuole potean venir alle mani de’ soldati e dei Palleschi, di fortificarsi e far testa, e quando non potesse, ne gli rimanesse altro scampo, metter fuoco alla casa, ardervisi colle figlie, e salvar così a se la libertà, ad esse l’onore. E Niccolò era muso di farlo.
Serbando le antiche usanze di Firenze, ch’egli non avea voluto mutar in nulla, si trovava aver in pronto i ferramenti, le catene e i legnami, per far il serraglio. Giacevano sotto il portico del cortile, ed in un attimo vennero strascinati in istrada, e disposti in modo che si potessero in un momento porre in opera.
Ciò fatto, mandava uno de’ suoi uomini nelle case de’ Carnesecchi che stavan di fianco a quelle de’ Lapi, separati tra loro dalla via de’ Conti, dicendo si mettessero in ordine che intendeva far il ponte sulla strada, e sollecitando l’opera egli stesso, vide presto uscire dai fori disposti a quest’uso al primo piano di casa sua, lunghe travi che sospinte dagli uomini di dentro venivan introdotte in buchi corrispondenti nella casa de’ Carnesecchi. Su quelle travi furono collocati in più pezzi tavolati che si connettevano tra loro e si fermavano con arpioni, onde venivano a formare un ponte solidissimo capace di sostener uomini e munizioni per opprimere dall’alto i nemici che fossero in istrada.
Mentre Niccolò in mezzo alla via, ove pei lumi posti a tutte le finestre si vedeva chiaro come di giorno, gridando ora agli uni, ora gli altri, e facendo animo a tutti colle parole e colla presenza, ordinava questi apparecchi, nell’interno della casa si trasportavano armi d’ogni sorta dalla stanza ove eran ammucchiate, nei luoghi più vicini a quello ove si doveva combattere, nell’androne cioè, che era contiguo alla porta di strada, e su al primo piano sotto le finestre che mettevano sul ponte. Laudomia, Lisa e la vecchia ajutavano anch’esse la bisogna, e tutte affannate per la fatica, pel correre e per l’agitazione dell’animo, venivan dov’era il bisogno, arrecando fasci di picche, sassi, balestre grandi a staffa, archibusi e munizioni d’ ogni maniera.
Qucll’ardire, quella prontezza medesima che mostrò in codesta notte Niccolò e tutta la famiglia de’ Lapi, apparve spontanea e mirabile in ogni casa di Firenze[44], ed il principe d’Orange, che avea stimato per esser la notte scurissima e piovosa, e la vigilia di S. Martino, trovar le guardie negligenti o sepolte nel vino, ed aveva con questa fiducia all’improvviso assaltato le mura dalla Porta S. Niccolò a quella di S. Friano con gran numero di scale, pensandosi aver la terra per sorpresa, fu invece accolto con tanto furore d’artiglierie, trovò i bastioni così ben provvisti di difensori, che dovette alla fine ritrarsi dall’impresa con vergogna, e con non poca uccisione de’ suoi soldati. Ma se gli fosse pur riuscito di superare le mura in qualche parte, è difficile prevedere che cosa sarebbe avvenuto; e quanto a noi, crediamo che neppur per questo non avrebbe riportato vittoria; chè la milizia s’armò in un attimo, tutti i cittadini corsero oltrarno, e pei quartieri più prossimi al campo, insino ai ponti, ed al di qua per un buon tratto, le vie eran calcate d’ uomini armati; dalle case i vecchi, le donne, i fanciulli avrebbero col gettar sassi, tegoli e qualunque cosa venisse loro alle mani, dato ajuto non piccolo alla difesa, la disperazione avrebbe duplicate le forze e l’ardire d’un popolo che aveva pel passato anche troppo fatto conoscere quanto valesse nelle battaglie cittadine, e forse l’esercito imperiale che d’uomini utili non sommava a quindicimila persone, avrebbe trovato in Firenze la tomba: ma questa generosa ed infelice città era da Dio condannata a più lunghi dolori ed a maggiori castighi.
Dopo brev’ora le bande nemiche, disperatesi affatto di poter vincere, si tolsero dall’impresa, e si ridussero agli alloggiamenti, di dove l’indomani il principe d’Orange partì alla volta di Bologna onde ottenere dall’imperadore e dal papa, che s’eran colà condotti per l’incoronazione, nuovi ajuti di genti e d’artiglierie, senza i quali conosceva impossibile di far profitto nessuno. Le milizie dei quartieri, vedendo passato il pericolo, si divisero tornando ognuno a poco a poco alle sue case: le vie rimasero presto vuote, le finestre si chiusero, i lumi ed i lanternoni de’ soldati scomparvero, tutto ritornò nella quiete e nel silenzio consueto; ed in ogni famiglia i vecchi e le donne rimaste sole in casa, udendo i passi sonanti de’ mariti, de’ fratelli, de’ figli usciti poco innanzi con tanta probabilità di non aversi a riveder più vivi, e che ora tornavan salvi, e dopo aver colla virtù loro respinto il nemico e salvata la città, correvano ad incontrarli con festa, con carezze, e lodi, e abbracciamenti, e lacrime d’allegrezza, non restando di render grazie a Dio che gli avesse tutti campati da una tanta rovina. Quei fortissimi uomini, que’ poveri popolani, tutti trafelati, molli pel sudore, per la pioggia, e taluni pel sangue, deponendo per poco le loro armature, ajutati dalle mogli, dalle sorelle, dai vecchi genitori, che tosto si davano a forbirle e rassettarle per le future battaglie, si riposavano intanto cresciuti di speranze e d’ardire per l’ottenuta vittoria: seduti al fuoco, o ristorandosi di quei cibi, che comportavano le loro scarse facoltà e la strettezza presente, circondati dalla famigliuola rimessa appena da tanto spavento, e che a bocca aperta gli stava ascoltando, narravano i fatti di quell’assalto, l’irrompere de’ nemici, l’armi, l’insegne, le strane fogge, i barbari aspetti che dalle mura benissimo si eran potuti discernere per la moltitudine infinita di lanterne e di torce che portavano i nemici con loro. Descrivevano con parole vivissime il giungere, l’appoggiar delle scale, il salire a furia e tumultuariamente, e poi a un tratto dai fianchi de’ bastioni, ove nelle casematte s’ascondevano cannoni grossi ed artiglierie d’ogni misura, lo scoppiare e lo scagliarsi, come da tante bocche d’inferno, del fuoco di mille tiri, che percuotendo per fianco quelle scale le mandava a fracasso con quanti soldati portavano, tutti in un monte nel fosso: e qui aggiungevano, delle ferite, del sangue, delle strane ed orribili morti di quegli sciagurati, delle grida, dei lamenti, del guizzare dei mal vivi, del fumo che occupava ogni cosa, del tonare e lampeggiare incessante di tante cannonate, e di nuovo tutti insieme lodavano e rendevan grazie a Dio d’averli salvati dalle mani di così feroci nemici.
Quelli tra i difensori che avean riportate ferite venivano medicati con diligenza, i più maltrattati negli spedali, gli altri nelle proprie case, ed intanto si nominavano i compagni, i cittadini rimasti morti nell’assalto;, chi li compiangeva, chi pregava per essi, ma i più portavan loro invidia, tenendo per fermo fossero le loro anime, come quelle de’ martiri, salite immantinente a godere della gloria del paradiso; ed i più divoti e zelanti tra Piagnoni, stimando si fosse avverata in quest’occasione la profezia di Fra Girolamo; che prometteva a’ Fiorentini l’ajuto stesso degli angioli, divenivan sempre più fervidi in quella loro fede, tenendosi sicurissimi all’ultimo di codesti alleati, e non mancò chi affermasse d’aver veduto in aria serafini che colle spade infocate sbaragliavano, e, ad ogni colpo, abbattevano l’intere file nelle bande imperiali.
Nessuno più di Niccolò potea vantarsi d’avere intera e vivissima questa fede nel frate, e se non era forse intimamente persuaso (avea troppo senno per giungere a tanto) che dovessero apparir visibilmente angioli a difender Firenze, fondava però, sulle parole del Savonarola, la speranza, per non dir la certezza, d’uno speciale ajuto celeste pel quale sempre sarebbe stato respinto il nemico. Eppure avea potuto creder possibile che fossero entrati in città!