—Io sapere tofe starebbe pene questa pella lama!—

—E dove?—domandò Lamberto sorridendo a fior di labbra, chè già mezzo indovinava la mente di Maurizio.

—Starebbe pene nella putelle di messer Droile.—

—Pazzo! mettila, mettila nel fodero, e vattene a letto.—

—Io anterò. Ma messer Droile hafer fiso di traditore,..... quello non galantuomo!.... io star pofere soltate, pofere servitore, non potere parlare... ma questa sera folefa dire «Non pefer fine, messer Lamperte, non pefere.... Ma io, soggiungeva scrollando il capo con un certo suo fare curioso, io però non hafer pefute!»—

Lamberto parte sgridandolo, parte ridendo di quella sua tedesca maniera, e dicendogli che un buon sonno l’avrebbe guarito da’ suoi furori, lo mandò a dormire, ed egli v’andò, ma ripetendo sempre «Io però non hafer pefute» ed il motivo pel quale tanto gli premeva stabilire questo fatto lo vedremo poi.

Coricatosi Lamberto, non istette forse mezz’ora, che provando una smania insopportabile, buttò giù le gambe dal letto, e messosi indosso un poco di veste andò verso la finestra, ed apertala, si pose appoggiato co’ gomiti sul davanzale a respirare l’aria libera. Quella vita di sacrificio che s’era promesso di fare, cominciava duramente per lui. Pensi ognuno come dovea sentirsi il cuore trovandosi in quella stessa casa d’onde era partito pochi anni innanzi, pieno d’amore e di speranza, e beato per tante illusioni! vedendosi accanto il terrazzo medesimo ove Lisa gli avea data quella rosa, troppo fedel simbolo della sua costanza. Per essa s’era scostato da Laudomia, avea incontrato fatiche e pericoli, lasciata la madre, (ed era stato per sempre!) per essa avea negata una parola di conforto a quell’infelice che trovò in riva al Po, a quella Selvaggia che suo malgrado, tornandogli tratto tratto alla mente, e ponendovisi a paragone della Lisa, gli facea dire: «Per qual cagione Iddio perdona egli ogni peccato, e gli uomini ne perdonano alcuni soltanto? Romper la fede data, tradir patria e parenti, dovrà trovare scusa e perdono? E non dovrà un’infelice tradita essa dal padre stesso, e strascinata suo malgrado alla colpa, trovar più misericordia nè pietà nessuna? Questa, viver vita miserabile tra gli scherni e gli oltraggi: quella, venir accolta, onorata oramai al paro d’ogni altra, ed esser contenta e felice?».... Pensare ch’essa era al piano disotto, in braccio a quello pel quale l’avea così bruttamente tradito, che bisognava pur sopportarlo, ch’egli avea dovuto perdonare ad ambedue, costretto da così strane ed improvvise circostanze, che a riflettervi pareano un sogno! Tutto ciò era peso soverchio, era troppo amaro calice per Lamberto, il quale non aveva imparato ancora, che ogn’anno aggiunto alla vita dell’uomo passa portandone seco una speranza, e lasciando in suo luogo un dolore. Egli era ancora in quell’età, ove si crede che la felicità sia una cosa lontana forse e difficile a raggiugnersi, ma però reale, ottenibile, la condizione ordinaria, per dir così, della vita; e la sventura invece un’eccezione. Dovendo ora dimenticare il passato, rinunziare ai disegni, ai desiderj di tant’anni, si consolava pensando «io ebbi disgrazia, e non seppi guidarmi» e si confortava colla lusinga di poter meglio ordinare il suo avvenire: i consigli della madre, venerandi per esso come ordini divini, stimava gl’indicassero la via sicura per giungere alla felicità, a quella quiete contenta del cuore, dalla quale si sentiva cotanto lontano. Si volgeva colla mente a Laudomia, ch’egli sin da fanciullo, come dicemmo, avrebbe amata prima di Lisa, se non gli fosse parsa troppo alta e divina cosa, nella quale neanche adesso non avrebbe ardito fermare il pensiero se non gli avessero fatto animo i conforti materni e le accoglienze di Niccolò; cercava di figurarsi una vita nuova tutta riempiuta dal suo amore, ma correndo colla fantasia dietro queste immagini, il cuore pareva arrestato da un ostacolo che Lamberto stesso non poteva definire, sul quale ripugnava ad arrestare la riflessione, quasi temesse che esaminandosi nel profondo, potesse trovarvi cosa che gli troncasse ad un colpo ogni nuova speranza, distogliendola dall’ubbidire alla madre, facendolo immeritevole dell’amore angelico di Laudomia.

Era immaginario o reale quest’ostacolo? Qual era? Neppur Lamberto, lo ripetiamo, avrebbe saputo rispondere a tali questioni; pensi dunque il lettore, se potremmo rispondervi noi! Ma forse vi risponderà per tutti il seguito di quest’istoria, ed ora lasciando il giovane ondeggiante tra suoi dubbj, troviamo gli altri abitatori di casa Lapi, che in quella notte a nessuno, fuorchè alla Lisa, non mancavan cure moleste e pensieri pungenti.

Laudomia, dopo aver condotti ed alloggiati gli sposi nella loro camera, s’era chiusa nella sua, che rimaneva di sotto a quella di Lamberto, e postasi ad un inginocchiatojo sul quale stava un’immagine di Nostra Donna, del beato Angelico da Fiesole, pregava tutta raccolta; e dai pensieri di Dio scendeva a quelli della patria, del padre, della sorella, implorando per tutti la celeste bontà, e ringraziandola d’averli salvati dall’ultimo pericolo. A vederla in orazione in atto composto, colle mani giunte, le palpebre abbassate, tanto pura ed onesta nel volto, si sarebbe pensato che quello della Vergine fosse ritratto dal suo. Dopo alcuni minuti s’alzò, e scioltasi la veste, si trovò presto nel suo lettuccio, tenendo, nel deporre o mutar panni, tali modi, che nessun occhio, per quanto fosse pudico, vedendola in quel momento non avrebbe dovuto volgersi altrove, chè il pudore in essa non era studio, neppur virtù; era natura.