—Ma non dubitate di me, babbo! Iddio mi darà forza.... e dacchè voi tenete pur le donne buone da qualcosa, non sarà Laudomia vostra che vi torrà di codesta opinione.... già non siamo a questo mondo per godercela, ma per patire come e quando piace a Dio.—

—Ora hai detto bene, figliuola, che in questa vita la vera, la sola sapienza, sta non nell’affannarsi col tener dietro ad un fantasma di felicità, che quanto più s’insegue tanto più s’allontana, ma nel racchetar l’animo nell’idea del patire. E siccome rassegnarsi a patir senza compenso è contrario ed impossibile alla nostra natura, chi vuol trovar quiete quaggiù e regger al peso de’ mali che ci opprimono, non ha altro ajuto se non la speranza d’un compenso futuro. Se questa speranza sola guidasse gli uomini, il mondo non sarebbe in mano de’ violenti, degli ambiziosi, degli iniqui, e la libertà oppressa presto risorgerebbe.

—Ma, diceva sorridendo il vecchio, io ti volevo parlare di te, delle cose tue, ed invece io ragiono di cose di stato! che vuoi? la mia vita sta presso il suo termine; mi preme il pensiero della patria, e la mente mi corre, contro mia voglia, talvolta ad esprimer quel solo. A ogni modo, anco sul fatto tuo, t’ho detto abbastanza e mi sono accorto che m’hai inteso molto bene. Ora sta di buona voglia, e piaccia a Dio di non porti a troppo ardui cimenti.—

Questo dialogo era accaduto mentre, come dicemmo, non era in casa se non Niccolò colle figlie. Lisa, che era in camera col suo bambino, si vide comparir Laudomia col viso commosso, le palpebre umide: s’avvide che qualche novità doveva esser nata; l’interrogò premurosa, e seppe dalla sorella i suoi pensieri, le sue speranze, è tutto quanto, poco innanzi, aveva discorso col padre. Laudomia parlava coll’affetto caldo ed espansivo che nasce dal bisogno d’aprirsi con quelli che si amano, e di metterli a parte delle gioje, de’ secreti del cuore, ed era troppo intenta a ciò che diceva, troppo agitata, ed anco forse troppo ingenua per avvedersi del senso che le sue parole producevano sull’animo della sorella.

Lisa la veniva ascoltando con un sorriso ch’ella cercava di rendere affettuoso e compiacente; sa il lettore che testina avesse costei. Colta all’improvviso, si sentì punger proprio, come si suoi dire, ove le doleva, dal pensiero che l’amore di Lamberto era svanito assai più presto che non era ragionevole, e non era dunque stato quale essa se l’era figurato e le parea meritare. Quest’idea riusciva doppiamente dolorosa al suo amor proprio, perchè non potea non iscorgere quanto abbietto fosse il motivo che la produceva, non v’è maggior dispetto per i superbi che venir condotti a trovarsi bassi e ridicoli nella propria opinione, e questo dispetto si dipinse amaro e cocente sul volto di Lisa. Durò un momento; e Laudomia per fortuna, non se n’avvide, chè la sorella più per ingannar se stessa, che per ingannarla (almeno così ci giova sperare per onor suo) le profuse mille espressioni e mille carezze, passato appena quel primo momento, e facendo ogni opera per persuadersi ch’ella sentiva grandissima premura per la felicità de’ nuovi sposi, ch’ella era sopra modo contenta di quest’unione, riuscì alla fine a parere, e fosse ad essere, sincera e naturale nelle sue dimostrazioni.

A due sorelle, a due giovani, in tali occasioni non mancano le parole: e qui furon molte; piene di progetti, di disegni, di disposizioni per l’avvenire, e non le ripeteremo, per l’ottima ragione che al lettore annojerebbe il leggerle ed a noi lo scriverle.

Si lasciarono alla fine abbracciandosi e rallegrandosi insieme, ed appena uscì Laudomia, che tornato a casa Troilo salì dalla moglie.

Chi l’avesse veduto per le scale dovea dire, costui del mestiere che gli tocca fare n’ha proprio piene le tasche. Veniva su lentamente dondolandosi ad ogni scalino con un fare svogliato, e si strascinava dietro una grande alabarda, che tenendola impugnata da capo presso il ferro, veniva col calcio picchiando sul ciglio d’ogni gradino. Giunto sul pianerottolo, gonfiò a un tratto le gote lasciandone tosto uscire il fiato, che durò un bel pezzo, tanto s’avea pieni i polmoni, e con certe ciglia alte ed inarcate, cogli occhi a terra e la testa su una spalla, canterellando a mezza voce, appiccò ad un chiodo l’alabarda accanto all’uscio di camera sua, si sfilò una rotella che aveva in braccio, volle deporla ritta appoggiata al muro, ma sdrucciolò e venne a terra, senza ch’egli si chinasse per raccoglierla; poi entrò ov’era la Lisa sforzandosi di fare il miglior viso che potesse, e facendosi animo col dir tra sè: «Su, Troilo, coraggio; tutta questa seccaggine non sarà senza premio!»