Poi, ravviando a poco a poco le idee, e rannodando i pensieri, i casi della vita passata colla felicità presente, ricordavano mille inezie della fanciullezza, i primi pensieri, i primi moti del cuore nell’adolescienza, si chiedevano e davano spiegazioni scambievoli di parole rimaste oscure, d’atti, di sguardi, e di cento minuzie passate molt’anni addietro, ma vive sempre e presenti alla memoria del cuore: e nel tener questi cotanto intimi ragionamenti, Lamberto frammetteva ad ogni frase nomi d’amore dolcissimi, coi quali chiamava Laudomia in modi sempre diversi: nomi che non si possono ripetere, profanati come furono e resi ridicoli dai poeti arcadi, buona memoria, e dagli sciocchi, ma che perciò non son meno un bisogno, uno sfogo dell’anima quando essa prova troppo più che non può esprimere colle parole consuete.

—O mia Laudomia, diceva il giovane, mio dolce, mio solo pensiero, tu ora mi fai accorto del mio errore passato... io, che credevo d’aver provato che cosa fosse amore!.... Oh! non pensavo mai potesse giungere a tanto.... vedi.... soltanto un’ora fa, io mi struggevo pensando, che avea potuto volgermi alla Lisa.... mi parea d’aver fatto troppo gran torto al tuo amore.... che fu il primo, il solo della mia vita, ora me n’avvedo degno di un tal nome.... ora conosco che credetti amar altri.... ma non fu vero.... Oh! quanto mi conforta questo pensiero.... non fu vero!.... non amai se non te sola, di quell’amore che sola tu meriti, che solo è tuo, e lo è stato sempre nell’intimo del cuor mio, e sempre lo sarà finchè viva!.... Ma puoi tu comprender quanto quest’idea mi ridoni la vita?... Pensar ch’io non son macchiato di quella colpa che mi faceva indegno dell’amor tuo? Che lo sguardo celeste della mia Laudomia può scendere su me sereno, il suo pensiero posarsi sul mio cuore senza cader troppo basso?—


CAPITOLO XXII.


Durante questi ascosi colloquj, s’era fatto notte chiusa, e la camera rischiarata soltanto dal lumicino della lampada, era in una semi-oscurità che in tutt’altro momento avrebbe avvertito i due giovani a provvedersi di maggior lume, ma in quel momento non se n’avvedevano. La famiglia s’era già radunata al pian terreno nella stanza di Niccolò per le orazioni della sera, e mancando Lamberto e Laudomia, Vieri s’era fatto a piè di scala per chiamarli; la sua voce si fece udire, e risuonò per tutta la casa, ma non all’orecchio de’ due chiamati, che non s’accorsero di nulla, e Vieri, non dandosene maggior pensiero, ritornò al fuoco cogli altri, mentre Lamberto proseguiva:

—Oh cara! non sai in quanto travaglio vivessi per queste immaginazioni!.... ora vo’ dirti tutto.... chè nulla vi debb’essere in me che non ti sia palese....— E qui le narrava di Selvaggia, della memoria che glie n’era rimasta, della pietà che pur ancor ne sentiva, e mentre parlava, veniva osservando attento e pauroso, qual impressione producesser le sue parole sul volto di Laudomia. Quando non gli rimase nulla ad aggiungere, diceva:

—Ora sai tutto, amor mio. Ti par egli ch’io avessi motivo di tenermi immeritevole del tuo celeste amore? Ti sembro io degno ancora d’un tuo pensiero? Oh, non tardar a rispondere, Laudomia mia!—

Ed aspettava coll’ansia d’un reo che dubiti udire la sentenza del capo.