—Oh, figliuoli miei! voi che foste sempre buoni, ubbidienti; che siete la dolcezza e l’onore della mia vecchiaja, io vi benedico. Benedico il vostro amore, i vostri figliuoli sin d’ora, e chi verrà da essi! Quand’io non sarò più con voi.... e sarà presto.... rammentate Niccolò padre vostro, ricordate l’amore ch’egli vi portava, la benedizione ch’egli oggi vi diede, e se volete che Iddio la confermi dal cielo, amatevi sempre come ora v’amate.... ma prima ancora amate Iddio, la patria vostra, e così ci verrà concesso alla fine d’esser per sempre riuniti tutti nella celeste.—
Tacque, nè dai due giovani venne per alcuni minuti profferita parola, compresi, com’erano, da un senso di religiosa venerazione e di tenera gratitudine per le parole udite. Alla fine, Niccolò, il primo, si mosse, dicendo:
—Ora andiamo chè ci aspettano.—E scesi insieme vennero nella sua camera, ove gli altri individui della famiglia, che avean dalla Lisa udito che cosa si trattasse, sorridendo, notarono una tinta più accesa del solito sulle guance di Laudomia, e sul volto di Lamberto, abitualmente mesto, una cotal effusione d’allegrezza tutta espansiva, che appariva eguale, e parea ancor più nuova sulla severa fronte del vecchio. Mentr’egli era uscito per cercar di loro, eran comparsi i soliti amici che venivan a veglia, e Fanfulla tra gli altri, chè era ormai fatto di casa come la granata.
Niccolò diede alla brigata la nuova del parentado concluso, e seguirono gli abbracci, i rallegramenti, gli augurj, la festa insomma che si suol fare in cotali occasioni. Il contratto venne fissato pel domani a sera nella chiesa di S. Marco, secondo l’antico costume fiorentino; chè agli sposi, non meno che al padre, non pareva di frapporre maggior indugio. Egli disse a tutti quanti eran presenti, che gl’invitava ad un pò di cenetta, che si sarebbe fatta tornando di chiesa, non quale, diceva, avrebbe voluto in quest’occasione, ma quale le presenti calamità lo concedevano. Voltosi a Fra Benedetto da Faenza, lo pregava fosse contento benedir egli questo matrimonio, che si sarebbe fatto tra tre giorni nella chiesa medesima.
—Oh Lisa! Che n’è di Troilo, che non è qui stasera?—disse volgendosi alla figlia che stava lavorando presso una tavola in disparte.
Lisa rispose, ch’egli s’era scritto quel giorno stesso alla buca di S. Girolamo, e v’era andato, nè potrebbe ritornare che sul tardi.
—Bene sta—disse Niccolò, che non era in quel momento disposto a dar ascolto a sospetti, nè inclinato a male interpretazioni, e godendosi nell’allegrezza di trovarsi fra suoi cari, in quel momento non pensò più a Troilo, nè ad altro, e così venne passando quella sera.
Ma Troilo pur troppo pensava bene a loro.
Ritornando a casa con quel suo fardelletto, e rimessosi in buona colla moglie, che, poveretta! era rimasta tutta sbigottita ed in grandissimo travaglio, dandosi tutta la colpa di quel bisticcio, il primo nato fra loro dacchè erano insieme, aspettò che imbrunisse, e messosi indosso l’abito di fratello si mosse verso porta S. Gallo, ov’era l’oratorio della confraternita. Giuntovi, e fattosi conoscere alla porta dall’anziano di guardia, fu messo dentro, e scese per molti gradini in una chiesuola, che per esser sotterra veniva chiamata buca. Si trovò sotto una vôlta bassa, lunga, partita in croce da grosse e rilevate spine di pietra rozza ed affumicata dal lungo arder delle torce. Il pavimento di lastre larghe, era sparso d’avelli, sui quali stavan scolpite l’effigie di guerrieri, di cittadini, vestiti con lunghe tonache, ed il basso rilievo era quasi spianato pel lungo stropiccio de’ piedi. Sull’altare, in fondo, ardevan alcune candele dinanzi all’immagine di S. Girolamo, dipinta su un trittico d’antica maniera, tutto pieno di dorature e d’intagli: e moltissimi voti che, secondo l’uso del tempo, consistevano in fantocci grandi al vero rappresentanti figure di divoti d’ambo i sessi coi loro abiti al naturale, pendevan nel vano appiccati alla vôlta. Questa popolazione aerea, simile in tutto, fuorchè nel moto, a quella che le stava sotto i piedi, avea un non so che di strano, e, vista in massa scura contro il chiarore dell’altare, pareano fantasmi evocati dalle sottoposte tombe. Voci basse e nasali e strascinate cantavan le ore canoniche dietro l’altare, e per la chiesa, inginocchiati muro muro contro una spalliera di legno, oravano molti fratelli chiusi nell’abito, e colla buffa calata sugli occhi.