Fu per lanciarla dietro a quello che glien’avea fatto dono, pure si trattenne; ed il Nobili, che lo tenea d’occhio, gli disse sottovoce: «Fa come fo io.» Troilo badava a guardare: vide messer Benedetto che, spogliatisi uno ad uno tutti i panni sopra la cintura, rimase colle braccia e le spalle nude, e presa la disciplina cominciò a battersi, e, si può credere, con più strepito che danno, e tutti gli altri fratelli facendo lo stesso venivano intanto recitando il Miserere.
Troilo si sentì montar una tale stizza d’essersi lasciato cogliere a questa baratta, della quale messer Benedetto non gli avea fatto parola, che, presa la disciplina, senza spogliarsi altrimenti, disse: «ora me la paghi senza aspettar domani.» E datosi a picchiare all’impazzata per le panche e pei muri, n’appoggiò un pajo delle cattive sulle spalle di messer Benedetto, che lo fecero accorto quanta differenza passi dal far la disciplina colle proprie mani, o con quelle d’altri. Il percosso si volse come una vipera, e Troilo, ridendo sotto i baffi, si scusò sull’oscurità e sulla poca pratica ch’egli avea di cotali esercizj.
Alla fine, verso le quattr’ore di notte, dato fine all’uffizio ed al picchiare, cominciarono i fratelli a partirsi alla sfilata; e quando la chiesa fu vuota anche i nostri due ribaldi, risaliti in istrada, s’avviarono verso il palazzo di Malatesta al Renajo dei Serristori.
Giacchè ci è dato di fornire d’un salto, ed in un attimo, quella strada, che per costoro richiese una mezz’ora di tempo e di molti passi, li precederemo col nostro lettore alla meta della loro via, e ci poseremo, aspettandoli, in certe camerette a pian terreno, delle quali, per una scaletta segreta, si comunicava colla stanza da letto di Malatesta, abitate da maestro Barlaam, suo medico ed astrologo, del quale speriamo non si sia dimenticato il lettore, quantunque da un pezzo non glien’abbiamo fatto parola. Un ospite nuovo, già comparso esso pure nel nostro racconto, s’era presentato ventiquattr’ore innanzi in questo quartiere: ma prima d’occuparci de’ suoi fatti presenti, è necessario riempire la lacuna che lasciammo nel racconto de’ suoi casi passati.
Quando Selvaggia, dalla prora della galera di D. Ugo di Moncada, ove combatteva per difender Lamberto, fu travolta nel mare ferita e mal condotta, (il lettore l’avrà, senza dubbio riconosciuta in quel soldato dal morione) dopo la prima impressione del freddo dell’acqua, non sentì più nulla, perdè la memoria ed i sensi; e quando rinvenne, si trovò racchiusa in un luogo oscuro, angusto e fetente, stesa sulla paglia e stivata tra feriti e moribondi. Le venne in mente d’esser uscita dal mondo e trovarsi nelle pene dell’inferno: ma raccolte a poco a poco le forze mentali, ed ascoltando il rumore sordo e confuso che si faceva sopra il suo capo di passi risuonanti su un tavolato, e lo strepito a scosse uguali e prolungate, prodotto dall’andar e tornar de’ remi, s’accorse d’esser nel fondo d’una galera, le ritornò la memoria della passata battaglia, ed obbliando il suo stato, le sue ferite, gli acuti dolori che soffriva, corse colla mente a Lamberto, e disse sospirando:
—Oh! me l’avranno ammazzato!....—
La ferrea tempra di questa donna non potè stare contro un tal pensiero: poveretta! si mise a piangere come un bambino. Dopo aver pianto un pezzo, diceva fra sè, in un momento di terribile disperazione:
—Come deve essere spietato!... astuto!.... quel demonio che da quando nacqui mi è sempre stato sopra accanito!.... e mi seguita dappertutto!.... in pace.... in guerra.... fin nel profondo del mare.... non c’è modo a fuggirlo!.... Ma io voleva morire questa volta.... domandavo tanto? Morire!.... ma per Lamberto, ma per salvargli la vita.... Oh sì!... appunto! anche questa era troppa gioja per Selvaggia! Una gioja!.... una che è una! non l’ha da provare.... mai.... mai! Ma chi sono io? diceva alla fine dando in uno scoppio di pianto dirotto e sconsolato. Chi sono io?.... sono un serpe? una fiera?... Che cosa ho fatto prima di nascere? che delitto commisi?... T’ho io pregato di mettermi a questo mondo, Dio terribile che mi creasti?....—
Queste tremende smanie, aumentando i mali fisici di Selvaggia, la spinsero di nuovo nel primo letargo: vi stette, immemore di sè e de’ suoi dolori, Dio sa quanto tempo! Ritornandole poi l’uso de’ sensi, si vide un cappuccino inginocchiato accanto, che le andava bagnando le tempie d’aceto. Penò un pezzo a poter parlare; appena le riuscì di farsi intendere, domandò:
—Dove siamo?—