Per quanto cercasse informarsi dai soldati, dai viandanti che passavan di Gaeta, giammai le venne fatto d’udir parola che la togliesse a tanta incertezza, o le potesse dar indizio dove fosse capitato: e quando qualcun di nuovo le veniva innanzi, e dopo averlo interrogato si trovava un’altra volta delusa nelle sue speranze, la poveretta ripetea sospirando:
—Me l’hanno ammazzato!....—
Alla fine, sentendosi forte assai bene, tolse una mattina commiato da chi tanto amorevolmente l’aveva soccorsa, e sola, a piede, con un bastoncello, e senz’altro bene che que’ pochi panni che aveva indosso, e certi danari donatile da que’ suoi benefattori, prese animosa per le gole d’Itri la via di Roma. Avea udito dell’assedio che s’era stretto intorno a Firenze. «S’egli è vivo, vi sarà anch’esso» diceva «s’egli non v’è.... sarà segno ch’io posso oramai uscir di vita.... ma almeno morrò ov’egli è nato, sull’uscio di casa sua.... questa consolazione almeno me la lasceranno?.... Oh Dio! fa che non passi allora qualcuno che mi riconosca e dica: costei è Selvaggia la cortigiana, che forse sarei cacciata anche di là....»—
In cotali pensieri, variando continuamente supposizioni e progetti, veniva camminando tacita e sola. Le due prime giornate fece di molte miglia, poi le sue ferite le principiarono di nuovo a dolere, e dovette riposarsi a lungo e più sovente. Passò Terracina, le paludi, i colli di Velletri e d’Albano, battuta ora dalle piogge d’autunno, ora sfinita dalla stanchezza, ora trafitte le membra da acuti dolori, ma sempre soccorsa dalla speranza, portata dal desiderio di Firenze, ove dovea trovar fine alla lunga e travagliosa incertezza. Dopo dieci giorni di viaggio entrò una sera in Roma per porta S. Giovanni. Vi si trattenne alcuni giorni per riprender un po’ di forza, e poi di nuovo avanti, e per Viterbo, Radicofani e Siena, dopo un mese, dacchè avea lasciato Gaeta, giunse finalmente alle porte di Firenze.
Entrata in porta S. Gallo (avea dovuto, lasciando la via diritta, condursi quivi per un lungo circuito, onde evitare il campo imperiale), si buttò a giacere sotto la vôlta stessa della porta, non tanto per riposarsi, chè la sua ferrea complessione s’era più che altro rafforzata nelle fatiche del viaggio, quanto per pensar al modo di trovar Lamberto, chè in una città così vasta, ove non era mai stata, piena di tanti soldati e tanto popolo, conosceva la cosa non molto agevole. Egli è soldato, pensava; dunque, chiedendo del capitano che comanda le milizie, di ragione, dovrei poterlo scoprire. Appiccato ragionamento con alcuni di que’ gabellieri, le fu detto che il capitano de’ Fiorentini era il sig. Malatesta Baglioni, signore di Perugia.
Si scosse a questo nome, e n’avea motivo, come vedremo più innanzi. Rimase pensosa un pezzo; diceva alla fine: «Egli avrà seco mio padre!... Mio padre qui?... e posso vederlo fra pochi momenti!»
E stette ancora un buon poco battagliando con sè stessa: poi a un tratto alzandosi risoluta, disse: «Sarà forse pel mio meglio. Andiamo.» E domandando agli uni e agli altri la sua via, giunse, che già era fatto notte, al portone de’ Serristori.
Maestro Barlaam frattanto era solo nel suo scrittojo, che dovremmo piuttosto chiamare officina, essendo il luogo ove, coll’ajuto di due fornelli e di gran quantità di pentole, alberelli, lambicchi e storte componeva rimedii, stillava acque, che mantenevano o dovean mantenere la vacillante salute del suo padrone. Il magro e misero carcame del vecchio ebreo era avvolto nella classica vesta da camera, o robbone di velluto logoro, foderato di pellicce; senza il quale, grazie ai pittori e narratori di storie che ci precedettero, è impossibile di figurarsi l’alchimista.
Egli aveva tutti i vizj delle razze lungamente perseguitate, ed insieme quelle doti, direi quasi virtù, che loro concede la natura, onde non rimangano affatto senza difesa contro i loro oppressori: avaro, astutissimo, incapace di provar mai in nessun’occasione, o per chi si sia, il senso della pietà e della compassione, senz’altra cura che di sè stesso, senz’altra mira che il proprio interesse. Ma questo medesimo concentrarsi di tutte le facoltà morali nelle stretta periferia del suo solo individuo, l’avean dotato d’una mirabile rapidità di concetto nell’ordire i suoi disegni, d’una tenacità imperturbabile nell’eseguirli, e d’una prudenza calcolatrice, dissimulata e paziente per rivolgere e guidare a’ suoi fini gli uomini coi quali si trovava aver che fare. La sua mente fredda, e lucidissima insieme, potea paragonarsi ad una scacchiera, sulla quale le mosse sien rare, ponderate, frutto d’un disegno impenetrabile e sicuro.
In tempi ove gli agi, i comodi, la sicurezza della vita erano il frutto per lo più della nascita, dell’ardire e della forza materiale, egli, privo di tutti questi doni, figlio, per soprappiù, d’una razza sprezzata e maladetta, avea saputo coll’ingegno e coll’astuzia procurarsi quei beni, che per altre vie gli venivan ricusati dalla condizione sociale d’allora. Egli era giunto a sottomettersi Malatesta; ed all’ombra della sua potenza viveva vilmente, è vero, ma ricco e sicuro. Un momento di sdegno, un capriccio del suo padrone, potea però fargli perder tutto, e la vita insieme: chè l’ebreo ben sapeva di non essere amato, e che quelle carezze, que’ riguardi che gli si usavano, eran soltanto perchè si credeva non poter far senza di lui.