Mona Fede era la sola che sostenesse il dialogo, se piuttosto non si dovea dir soliloquio, e strascinando in qua e in là le sue pianelle, numerando e scegliendo panni, dichè eran coperti e letto e tavole e tutto il mobile della camera, veniva dicendo:
—E pensare che una di casa Lapi abbia a farsi sposa senza che neppure ci sia tempo e modo di farle un po’ di corredo! Fortuna che rimane pure di molta bella roba di M. Fiore vostra madre!... chè quando il frate cominciò a predicare si vestì d’una gammurra scura, e non volle mai più portar altri abiti.—
Poi, tirando non senza fatica un cassone, parte scolpito, parte dipinto al modo del 400, che era in un angolo, simile a quello che vedemmo presso al letto di Niccolò (ambedue avean contenuto il corredo di M. Fiore) lo strascinò a fianco d’una tavola, sulla quale avea messo a parte un monte di robe. Spolveratolo per tutto diligentemente, l’aperse, e, volta a Laudomia, le diceva:
—Ora, se volete scrivere, faremo la nota di tutto quanto pongo qui dentro.
Laudomia prese l’occorrente, ed appoggiandosi, ritta com’era, alla tavola, colla penna intinta nella destra, veniva scrivendo ciò che la Fede dettava.
—Una cioppa e giornea di dommaschino chermisì con frangie.
—Una cotta di dommaschino alessandrino con maniche fiorite.
—Una cioppa pavonazza ricamata.
—Una gammurra ricamata con seta bianca, con maniche di seta chermisì.
—Questa, mi ricordo, se la mise, e fu la sola volta, per andar a veder entrare re Carlo VIII.... un ometto piccino piccino, biondo e bianco che pareva un fanciullo, e si pensava potersi inghiottir Firenze!..... sì.... sì, Pier Capponi, buona memoria.... gl’insegnò egli la via ritta.... ed anche allora, che tempi!... che diavolerie!....