Lamberto, che non s’era immischiato nella compilazione di questo contratto, e neppur sapeva che cosa contenesse, sentì al cuore il gentil pensiero di Niccolò, di fargli dono, a titolo di dote, della casetta ove sua madre avea passato i suoi ultimi anni: gettò un’occhiata di gratitudine al vecchio, un’altra più tenera a Laudomia, ed intanto il notajo, preso un bacile sul quale erano due anelli, si mosse per venir a presentarlo agli sposi affinchè li barattassero fra loro.

Nella circostante folla si vedevano, come dicemmo, di molti soldati, senz’arme la maggior parte, o soltanto col corsaletto od il giaco, come quelli che non erano sull’andare a combattere. Tra essi, in prima fila, e soltanto pochi passi lontano dagli sposi, da più persone, sin dal principio della cerimonia, n’era stato notato uno il quale, per esser coperto d’acciajo da capo a piedi, colla visiera calata, per la sua totale immobilità, per una certa impostatura insolita, richiamava tratto tratto gli sguardi curiosi di chi gli avea già posto mente una volta.

—Egli crede star sulla mura all’archibusate, e non in chiesa, diceva uno—E’ pare ch’egli abbia freddo, o la febbre! Egli trema tutto!—osservava un altro.

Quando il notajo ebbe presentato agli sposi gli anelli, e che essi, accostatisi, a vicenda se li scambiarono, volsero a un tratto il capo, e l’intera adunanza con loro, ad un poco di rumore levatosi intorno a quell’uomo tutto di ferro. I suoi vicini avean udito come una voce indistinta e soffocata risuonare nel concavo dell’elmetto, s’era mutato sulle gambe in qua e in là due o tre volte, quasi perdesse l’equilibrio, tantochè taluno temendo non cadesse, l’avea retto per le braccia e per le spalle. Una voce poco lontana disse, abbastanza alto da poter essere udita:—Egli era trebbiano eh?—e molti sotto i baffi a sghignazzare. Poi un altro:—Ell’è pure una gran vergogna, venir in chiesa con quella poca cotta!—E così ognuno diceva la sua. Allora il soldato, scagliata in giro un’occhiata, che si vide balenar pe’ buchi della visiera, aprì la folla cogli acuti gomiti dell’armatura, e tra il mormorìo di chi gli brontolava dietro, si tolse di là ed uscì di chiesa. La cosa si quietò subito, e nessuno si curò più di lui.

Finita la cerimonia, i frati fecero sgombrare tutti coloro che non erano della famiglia de’ Lapi, o loro consorti ed amici. Mentre questi aspettavano che si fosse interamente sciolto quel nodo di popolo, che uscendo occupava la porta, messer Niccolò diceva a Fra Benedetto, sospirando un poco, eppure sereno in volto:

—Iddio m’ha colpito con grandi flagelli in questa chiesa.... in quest’istesso luogo! Ora la sua misericordia vuole che vi trovi in compenso la maggior consolazione che potessi provare prima di morire! Sia lodato il suo santo nome!.... Odi, Lamberto, figliuol mio! Nel darti oggi Laudomia, io credo, io spero averti fatto quel maggior dono che per me si poteva.... ov’io creda il vero, sappi ch’io adempio ad un grand’obbligo, alla promessa ch’io feci a tuo padre su questi stessi marmi che calchiamo, bagnati, tant’anni sono, col suo sangue ch’egli sparse per me. Vedi.... vien qua.... vedi tu la pietra bianca di quest’avello, ell’era rossa del sangue di tuo padre, quella terribil notte in cui sostenemmo l’assalto per difendere il glorioso Fra Girolamo, e sperando camparlo.... Ma Iddio pe’ nostri peccati aveva stabilito altrimenti.... Qui, io solo, ravvolto tra nemici, io morivo al certo.... ma Piero tuo padre volle morir per me! Possa l’anima sua valorosa veder dal cielo ch’io t’abbraccio, t’accetto per figliuolo, e sciolgo così la mia promessa!—Possa egli serbar immacolato e felice l’amore che vi giuraste, far sì ch’egli vinca sempre nel vostro cuore ogn’altro affetto.... e ceda soltanto all’amore augusto e santo che voi dovete alla patria ed alla sua libertà.—

—Faccia Iddio che sieno salve ambedue; disse a voce bassa Laudomia, ed in cuore soggiunse: «Ed il mio Lamberto con esse»!—

Parve tempo allora a Niccolò di partire, e salutati i frati e ringraziatili, disse a Fra Benedetto che tra due giorni sarebbero ritornati per la benedizione nuziale; e coll’ordine medesimo, col quale erano venuti, tutti insieme s’avviarono a casa.

Mona Fede intanto, non del tutto ubbidiente ai voleri di Niccolò, s’era ingegnata di adornare nel miglior modo possibile le camere terrene; e nella prima, che serviva di passo per andar a quella da letto, aveva apparecchiato per la cena molto pulitamente, con molti fiori e molti lumi, ajutata da Maurizio famiglio di Lamberto. Mentre gli sposi erano in S. Marco, e ch’essa attendeva a quest’apparecchio tutta premurosa, temendo non le capitassero addosso prima d’averlo finito, era stato picchiato al portone di strada «Proprio ora ci capitano!» avea detto brontolando, quando non ho per ajutarmi altri che questa tartaruga! e, lasciata a Maurizio la bisogna di asciugar certi piattelli che si trovava in quel momento tra mani, corse ad aprire: dopo mezzo minuto era già ritornata, e strappando di mano al servo lo sciugamani, che veniva adoprando non troppo a suo modo, diceva: