CAPITOLO XXIV.


Messer Francesco Ferruccio, che trovammo a veglia in casa di Niccolò ne’ primi giorni dell’assedio, se ne viveva allora in Firenze pressochè dimenticato da’ signori Dieci di Libertà, finchè dovendosi creare un commissario per Prato, ve lo mandarono, per consiglio di messer Donato Giannotti loro segretario, cui sapeva male che un tanto uomo non venisse adoperato quando più bisognava.

Stette in Prato poco tempo; e per contrasti avuti con Lorenzo di Tommaso Sadorini, podestà della terra, venne rimosso e mandato in Empoli, grosso borgo posto quasi nel centro del Val d’Arno di sotto, sulla via di Pisa, a 16 miglia di Firenze, (oggi 18) per l’antica strada che passa pel poggio di Malmantile.

I suoi portamenti in questa commissaria furon quali dovean aspettarsi dalla virtù sua, e dalla sua vita passata. Aggiunse nuove fortificazioni alle mura della terra, che di forti divennero fortissime ed inespugnabili; e quando conobbe di non poter esservi sforzato, si diede a molestare i nemici che tenevano i castelli circonvicini, con frequenti ed ardite fazioni, per le quali venne presto in grandissimo grido, ed ottenne il favore della Signoria e dell’universale.

A questi giorni egli aveva scritto a’ signori Dieci, esponendo minutamente il disegno di nuove imprese che avea in animo di fare: e fra l’altre, quella di S. Miniato al Tedesco, allora occupato dagli Spagnoli. Domandava ajuti di cavalli, ed a quest’effetto Amico d’Arsoli e Jacopo Bichi ebbero l’ordine di cavalcare alla volta d’Empoli con 100[48] uomini d’arme, tra i quali per la ribalderia di Troilo, venne compreso anche Lamberto, che seco trasse Fanfulla e Selvaggia nel modo narrato nell’antecedente capitolo.

Quando giunsero in piazza S. Spirito, trovaron la compagnia già a cavallo, ordinata in battaglia su due file, volta la fronte alla chiesa, la destra un pò in disparte, quattro trombetti, ed innanzi sullo spazzo, i due condottieri Jacopo Bichi ed Amico d’Arsoli, coi loro banderai e due sergenti. Lamberto ed i suoi compagni erano gli ultimi a giungere, e mentre attraversavan la piazza di buon trotto per andar a porsi in fila cogli altri, Amico d’Arsoli gridava loro dietro:

—Animo, animo! perdio!—col dolce modo che conosce chi nel mestier dell’armi ha dovuto ubbidire ad uno di que’ vecchi soldati, rigidi sulla disciplina, che hanno in orrore soprattutto la specie, detta dai Francesi trainards.

Radunata così la compagnia, e fatto dal sergente l’appello per veder se nessuno mancasse, l’Arsoli, tratta la spada, volse il cavallo, dando ad alta voce l’ordine del muoversi.