Il conversar sommesso, ma tranquillo, che s’udiva qua e là tra le file, mostrava la sicurtà di quelle genti nell’occasione che suol mettere a maggior prova l’animo de’ soldati; cioè quando sovrasta un pericolo oscuro, indefinito, e contro il quale non valgon l’armi o le difese, qual era appunto in quest’occasione, ove una debol mano di nemici avrebbe potuto dall’alto col solo rotolar sassi disfarli senza rimedio.
Ma costoro avean da un pezzo promesso alla patria il sacrificio della loro vita, e la promessa l’attennero quasi tutti a Gavinana, ove l’ossa loro onorate non sono ancora a’ nostri giorni, ridotte in polvere affatto, ed arrestano talvolta ne’ campi la marra del contadino, che non sa quanta virtù, quanta gloria calpesti.
La fortuna che colà gli aspettava, vergognandosi forse di dar loro quivi una morte tenebrosa e senza vendetta, non avea condotto agli agguati nemico veruno, onde passaron liberi; e varcati sotto l’antico castello del Malmantile, scesero su M. Lupo e si trovarono presto fuori di quelle foci, ove incomincia il Pian d’Empoli, allargandosi il Val d’Arno fra più lontane e men aspre colline.
L’ordine tenuto nel tratto di strada ov’era sospetto di pericolo, si rallentò di nuovo a poco a poco quando la truppa si trovò in luoghi più sicuri ed aperti, e Selvaggia, che non s’era mai spiccata da Lamberto, veniva a bello studio rattenendo la briglia, sperando che il cavallo di lui, lasciato in balìa di sè dal cavaliere, venisse per naturale istinto anch’esso a rallentare il passo, e potesse così di nuovo trovarsi sola col giovane, risoluta questa volta a dirgli.... che cosa? Neppur lo sapeva la poveretta, chè ora mai conosceva troppo lo stato di Lamberto per poter conservare ombra di speranza; e palesare la tremenda passione che la consumava a chi non potea corrisponderle se non con una sterile ed umiliante pietà, era pur cosa dura. Ma l’amore, che viene a patti coll’orgoglio, dovrebbe piuttosto dirsi amor proprio, e tale non era quel di Selvaggia.
—Troverò parole, pensava, e se non ne trovassi, vedrà il mio pianto, la mia disperazione:.... mi getterò a’ suoi piedi, a quelli del suo cavallo, che mi calpesti.... ma ch’io esca una volta di questa vita d’inferno.—
In cotali infermi pensieri le era intanto venuto fatto a poco a poco di rimaner addietro col giovane com’era suo disegno. L’alto silenzio della notte, appena interrotto dal romper lontano dell’acque d’Arno, o dal sordo abbajar de’ cani ne’ circostanti casali, le lasciava udire il frequente respiro di Lamberto, che venendole a paro, senza mai schiudere le labbra, neppur forse s’avvedeva di averla accanto. Essa lo veniva guardando colla speranza che volgesse una volta il viso verso lei e nascesse così occasione di dir una qualunque parola tanto per principiare; ma la speranza fu vana. Eppure parlare bisognava.
Per fissare a sè stessa un termine a quest’incertezze che le facean balzare il cuore in modo ora mai da non potervi reggere, notò un albero un po’ lontano piantato accanto alla strada, e disse «quando sarem là dovrò dir la prima parola.»
Ma giunse all’albero con un battito di cuore che pareva le volesse scoppiare nel petto, aprì le labbra, ne uscì un suono inarticolato, ma non potè formar parola o frase nessuna, e fu cotanto potente il contrasto che l’agitava in quel momento, tanta la smania che l’invase, che non trovando l’inferma natura altro scampo le s’innondarono gli occhi di lagrime, con uno scoppiar di singhiozzi tant’alto, che Lamberto distolto da’ suoi pensieri si volse presto pieno di meraviglia, che tenendo il suo compagno un uomo d’arme, come gli altri, gli pareva il caso assai strano.
—Oh! che cos’è questa? disse tenendo un poco la briglia, e fissando con tanto d’occhi in volto di Selvaggia, che mal potea discernere in quell’oscurità, quantunque avesse la visiera alzata. Ripetè due o tre volte la sua interrogazione senza ottener risposta, e mezzo in sospetto non fosse data la volta al cervello del suo compagno, quando alla fine udì dirsi con voce tutta ansante, e della quale era impossibile non riconoscesse la terribile verità.
—E s’io non ho difesa contro te.... ch’io t’ho fuggito come volesti!.... Se non ho potuto morire.... ed ho dovuto pur ritornarti dinanzi, che colpa n’ho io?.... Io ti seguivo zitta, senza darti noja.... senza aver ardire di dirti una parola.... e mi pareva pure di non esser più sola sulla terra.... e se questa smania ora m’ha vinta, se non ho potuto pianger tanto basso che non mi sentissi, che colpa n’ho io?.... Oramai so tutto.... ho veduto con quest’occhi.... So quel che tocca ad una disgraziata mia pari... ma pensa!.... è l’ultima volta!.... io vorrei.... ti domando....—