E qui non trovando neppur essa che cosa potesse volere o domandare, nè venendole parola nessuna per terminare la frase incominciata, riprese a singhiozzare colla fronte bassa, curva sul collo del suo cavallo, appoggiate le mani al pomo della sella.
Alla voce, e più ancora alle appassionate parole, Lamberto riconobbe Selvaggia, e sentì darsi una botta al cuore, ben prevedendo in quale impaccio fosse per trovarsi. Non avendo ad offrirle nessuna specie di conforto, avrebbe comprato ad ogni prezzo il poterla sanare di quel pazzo ed inutile amore, e per la pietà appunto che sentiva di lei, non v’era cosa che non avesse fatta per ritornarla in pace con sè stessa, e vederla tranquilla e felice. Già prima di quest’incontro, prevedendolo tra le cose possibili, era venuto fra sè stesso considerando quale condotta gli convenisse tenere venendo il caso, pel meglio di quell’infelice; ed avea ragionato così: «S’io le lascio vedere la pietà che m’inspira, e prendo a consolarla con modi amorevoli ed umani, quel suo cuore cotanto ardente, serberà sempre nell’intimo una qualche speranza: tenendomi buono e generoso, m’amerà più che mai. Mi trovi invece duro, superbo, incredulo al suo patire (il rimedio sarà amaro, doloroso per essa ed altrettanto per me!) ma passato quel momento la stima si cangerà forse in dispregio, l’amore in odio.... non penserà più a me dopo qualche giorno, e potrò dire d’averle fatto il solo bene ch’era in mia mano.»
Non vorremmo asserire che questo ultimo risultato non destasse un po’ di rammarico nel giovane, senza ch’egli stesso se lo confessasse, ma comunque fosse, egli era incapace di quel puerile e brutto sentimento che i Francesi chiamano coquetterie, e che non germoglia soltanto nel cuor delle donne; tutto ben ponderato, stabilì dunque di seguire questo suo divisamento, e la botta al cuore che accennammo più sopra fu quella appunto che sente chi, avendo fermata da un pezzo una risoluzione spiacevole ad eseguirsi, vien sorpreso all’improvviso dalla necessità d’adempirla.
—Orsù, Lamberto, disse per rinfrancarsi mentre Selvaggia parlava, pensa al vero bene di questa poveretta, e non a te ed al tuo piacere.—
Quand’ebbe finito, benchè sentisse lacerarsi l’anima da que’ suoi disperati singhiozzi, prese a dirle, simulando, quanto poteva, freddezza ed ironia:
—Ma non sai tu, Selvaggia, che è proprio peccato non sii nata ai tempi del re Arturo, e della Tavola Rotonda?... chè quest’incontri di notte, questi amori infelici, sarebbero stati molto meglio nella selva Ardenna, presso qualche fontana incantata, che non sulla strada maestra d’Empoli, in mezzo a questi campi ancora pieni di fusti di saggina.—
A queste parole il singhiozzar della giovane s’era fermato a un tratto. Lamberto ne prese buon augurio per la riuscita del suo disegno, e proseguiva:
—Siamo nel 1529, Selvaggia mia cara, ed io sono un povero soldato, alla buona, come tutti gli altri, e non un cavalier errante, e non mi chiamo nè Amadigi, nè Galaor, che son morti e sotterrati da un pezzo, Dio gli abbia in pace. Oh! che domin ti metti in capo.... ben inteso, volendo esser persuaso che tu non vogli la baja del fatto mio.... non sai tu ch’io già sono come avessi moglie, e mi convien tenere il cervello a casa e star pe’ fatti miei, e non aver il capo a queste avventure da paladini e da romanzi?—
—Io credevo, da quella sera in poi, là in Lombardia, in riva al Po, ti fossero usciti codesti grilli, e pensavo avessi trovata buona ventura, e, a dirti il vero, ero lungi mille miglia dal pensare al fatto tuo.... e invece eccola qui lei un’altra volta, fresca com’una rosa, e rieccoci da capo!—