La povera giovane, quasi insensata pel dolore all’udir questo amaro parlare, taceva cupa col capo basso, e Lamberto, col cuore anch’esso come si può pensare, pure, facendosi forza, soggiungeva:

—Orsù, Selvaggia, è tempo di far senno; e già tant’è, se non vuoi farlo tu, lo farò io. Tutte queste scene, queste commedie non si sa in che diano, e se vorrai che questa sia stata l’ultima, io l’avrò caro assai. Io non ti posso far bene nessuno.... lasciami dunque in pace, che Dio ti benedica mille volte, e addio.—

—Sì, addio, e per sempre, rispose fuor di sè la giovane, nel cui cuore lo sdegno e l’orgoglio offeso per un momento, sopraffecero l’amore; ma sappi prima.... anima di serpe, chè altro non sei.... sappi che Iddio è giusto.... e ti pagherà colla moneta che meriti, e ti domanderà conto di me, che non m’avea messa al mondo perch’io fossi il tuo trastullo.... ed anch’io, per Dio eterno! ho un cuore, ho un’anima, ho forma umana, e non sono una biscia, un demonio. Sappi che nessun re, nessun principe ha mai posseduto tesoro che valesse il cuore di quest’infelice, che era tuo, e che non meritavi, disgraziato! e non ti bastava respingerlo, hai voluto avvilirlo, insultarlo.... insulti? oltraggi? a me? e credi esser da tanto? credi poter rider di me cui devi la vita? Sì, sappilo, io, e non altri.... là sulla capitana di Spagna, alla battaglia di Salerno... io ricevei nel petto il ferro di quella picca che dovea passarti il cuore.... io, per salvar la tua vita, vissi ne’ dolori, nella miseria, nella disperazione.... ed ora credi che possa un tuo oltraggio salire tant’alto che mi tocchi? Io t’ho compassione, chè Iddio ti prepara quel che tu meriti, e prima di quel che pensi.... e son io che te lo dico, e sappi che quella tua donna, ora, in questo momento, mentre ti parlo, è forse già dove tu non vorresti.... e t’hanno fatto partire solo per aver agio di tortela, e tu, pazzo, non hai saputo scoprire la trappola, ed io conosco chi te l’ha tesa, e so tutto, e non te lo voglio dire, chè ove ti fossi portato con me in altro modo sarei stata da tanto d’avvisarti di tutto, e persino, vedi, disgraziato, che cuore ha Selvaggia! sì, persin d’ajutarti; ed ora, se mi facessi a pezzetti minuti come teste d’aghi non lo saprai. No, no, non lo saprai, e quella tua Laudomia, nè Dio, nè diavoli non la potrebber salvare. Dì, sciagurato, te lo senti ora anche tu l’inferno nel cuore? ve lo senti una volta? Ebbene, abbivilo per sempre, e ora anch’io ti dico addio.—

E voltar il cavallo, cacciargli furiosa gli sproni ne’ fianchi, e partir di carriera rapidissima verso Firenze, fu quanto il dire, Iddio m’ajuti, e dopo due secondi neppur più s’udiva lo scalpitar del cavallo.

Lamberto agitatissimo per le parole udite, per l’oscuro pericolo minacciato a Laudomia, si volse a furia anch’esso per raggiugnerla e fermarla, ma quando il suo cavallo ebbe dato due o tre slanci, conosciuto la cosa impossibile, ed anco rattenuto dal pensiero, ch’egli non poteva in modo nessuno disertar la bandiera, rattenne il freno, e tutto doloroso riprese il suo cammino.

Un momento di riflessione bastò tuttavia a tranquillarlo sull’imminenza del pericolo: in Firenze, in casa di Niccolò, Laudomia non avea che temere, e si persuase che (fosse pur vera la trama scopertagli da Selvaggia) non poteva mai produrre effetto così pronto, e che queste minacce erano state usate da essa per effetto di sdegno soltanto, per fargli dispiacere e metterlo in sospetto: ed in ciò s’apponeva. Tuttavia, pensò tosto, ad ogni buon riguardo, di trovar modo onde far sapere a Laudomia ed al padre quel che avea udito, stessero in sull’avviso, e cercassero se fosse possibile di chiarire il fatto, e risolse, appena giunto ad Empoli, spedire un uomo apposta a Firenze a tal effetto.

Con questi pensieri parte si rassicurava, e seguendo la sua via, sempre riflettendo a quanto aveva udito, finiva col calmarsi interamente, persuadendosi ognor più della vanità delle costei parole; così di pensiero in pensiero venne considerando quanto compassionevol fosse il fatto di quell’infelice che egli avea cotanto aspramente ributtata, pel suo meglio, è vero, ma pure, gli pareva ora che il modo fosse stato troppo crudele; temeva che con quella natura così sfrenata facesse, Dio sa, che cosa: e non poterlo impedire, non poter nemmeno sapere, per lungo tempo forse, dove, come fosse capitata! e se le accadesse qualche disgrazia, doverne aver poi l’eterno rimorso! Stette in due un momento di chieder all’Arsoli licenza di tornare addietro, ma ci stava dell’onor suo il domandarla? Eran questi gli insegnamenti di Niccolò, di porre innanzi a tutto il pensiero della patria?

Costretto da queste riflessioni a tirar innanzi, si volse a pregar Dio, vietasse per sua misericordia, che quell’infelice fuor di senno venisse a qualche rovinoso partito.

Mentre il buon Lamberto veniva formando questi voti, il cavallo di Selvaggia tormentato dagli sproni che gli lavoravano nelle carni vive, atterrito dall’agitarsi furioso del cavaliere che si sentiva sul dorso, divorava la via colle nari aperte e sanguigne, la coda tesa, l’occhio spaventato, sperando sottrarsi a chi tanto fuor d’ogni misura lo maltrattava: la povera bestia crebbe la rapidità del suo correre fin dove gli giunsero le forze, ed in pochi minuti si trovò di nuovo tra’ que’ poggi ove la strada è più ripida e malagevole: qui, non potendone più, si parò sulle quattro zampe tutta molle di sudore ed ansante, e si pose imbizzarrita e feroce a giocar di schiena per torsi di dosso questa insopportabile tribolazione.