Cominciò allora combattersi la più pazza, la più ostinata disfida che si vedesse mai tra cavaliere e cavallo. Il primo colle ginocchia serrate, saldo in arcione come vi fosse legato, dovea pur seguire l’impulso che gli comunicavano le violenti scosse dell’animale, che lo gettava qua e là, come accade ad un albero di salde radici e di pieghevol cima quando il vento l’investe. Erano slanci, saltimontoni, impennate, e lanciandosi il cavallo a un tratto ora in questo, ora in quel lato, teneva tutta la via, e andò a un pelo più volte di non traboccare fuori del muricciuolo che sorge sul ciglio della strada ove il dirupo si scoscende a perpendicolo. Nessuno era spettatore di questa strana battaglia, che durò un buon poco, finchè per istracchi vi poser fine.
Il cavallo tutto trafelato si fermò a un tratto, agitate le ginocchia da un tremito che pareva ogni momento avesse a cadere. Selvaggia si pose la mano alla fronte, che grondava di sudore, e riprendendo fiato anch’essa, si guardò intorno ed in alto, vide che l’alba già tingeva le vette de’ poggi d’una luce azzurra, e nello spazio di cielo che avea sul capo trapassava intanto un volo di corvi, crocitando sull’ale. Stette un momento guardandoli coll’occhio spalancato e fisso, poi, fosse vacillazione di mente, od effetto convulso, diede in uno scroscio di risa spaventoso ed alto che fece rimbombare quella solitudine.
Si ricordò in quel momento d’aver veduto talvolta sui campi di battaglia stormi di codesti uccelli svolazzare lieti e loquaci tra i cadaveri, e tutti in faccende, fare a loro modo festa grandissima della ricca cena che trovavano nelle loro viscere, ed accecata dall’odio che provava in quel momento contro tutti gli uomini indistintamente, dal desiderio di vendetta contro quella razza spietata, cagione d’ogni suo danno, disse, pur seguitando a ridere, tenendo dietro coll’occhio a quegli aerei passeggeri, finchè l’ultimo si nascose dietro le rupi.
—Oh, Dio vi benedica mille volte, o corvi!—
Le venne in mente allora di scavalcare, e saltata a terra, si sdrajò sulla ripa della strada e vi rimase immobile, colla mente in quello stato, che potrebbe paragonarsi al crepuscolo, non oscurata al punto di non conoscere il suo stato presente, e non tanto chiara da poterne dar retto giudizio.
La terra, sulla quale giaceva, era coperta d’una grossa brina, che presto si sciolse in acqua tutta attorno al suo corpo. La poveretta ardeva di febbre.
Quel freddo, quel breve riposo, dopo un poco parvero ristorarla, e le sembrò che la densa caligine dalla quale le veniva ottenebrato l’intelletto pian piano si venisse diradando.
Si vide innanzi agli occhi Lamberto come fosse presente, udì il suono delle sue parole, quasi le profferisse di nuovo, e disse, con quel riso sinistro che non essendo in armonia coll’espressione degli occhi e del resto del viso, sembra piuttosto uno stiramento convulso delle labbra:
—Oh, oh! rider di me!.... Anche gli scherni? Bada al fatto tuo, valentuomo.... chè la cosa potrebbe andare a rovescio alla fine, ed a me toccasse ridere, a te piangere!... Così m’ajutasse il demonio come mi saprei ajutare, se nascesse l’occasione!... e vorrei vederlo quest’uomo perfetto, colla sua gran virtù, colla sua prodezza, che par che tutto sia fango a petto a lui, e quella sua donna, quell’angiolo, quella gran cosa, vorrei vederli, che saprebber dire se toccasse loro domandar pietà colle braccia in croce, a chi? a Selvaggia, alla cortigiana! alla vile, alla pazza, alla sciagurata!—
Si morse il dito, ed alzandolo minaccioso lo scrollava, dicendo: