—Tutti contro me? Sia come volete. Io contro tutti!.... Chi ha più lino farà più tela!.... e la vedremo. Hai veduto sin ora come tratti l’amore?... All’odio adesso! vedrai com’io scherzo.... vedrai se me n’intendo di vendetta.... lasciamici pensare appena due minuti.... eh! io non voglio tener con te i modi soliti.... un par tuo, tanto dappiù d’ogni altro, non debb’esser trattato come un del volgo....—
E col capo basso, le guance e gli occhi lividi ed infossati, stette fissa ruminando mille progetti che, per dir così, si vedean passare sul suo volto come su un cielo burrascoso trasvolano le nubi in cento fantastiche e diverse forme, cacciate dal vento.
Si scosse alla fine come invasa a un tratto da una nuova idea: alzò il capo e lo tenne immobile piegandolo un poco su un lato, nell’atto di chi tende l’orecchio, quasi desse ascolto tutta intenta alla voce che le parlava all’anima, poi disse:
—Questa sarebbe la maggior di tutte. Oh, mi riuscisse!.... ma avrò poi cuore che basti a condurla sino al fine?—
E da quel petto, ove bolliva tanto furore, uscì pure un sospiro. Forse le parve il nuovo progetto troppo doloroso ed enorme.... forse in quel momento la memoria del suo amore le spicciò viva dal cuore, come accade talvolta se si voglia soffocare sotto le ceneri un fuoco ardentissimo, che una falda di fiamma si fa strada, guizza e splende un momento, e poi scompare.
Poco importa del resto lo scoprir ora la cagione di questo sospiro, che probabilmente verrà palesata a chi avrà la pazienza di finir quest’istoria; fatto sta, che dopo averlo messo dal petto due o tre volte si chiuse il volto colle palme, e da chi in quel momento l’avesse considerata, si sarebbe potuto supporre, dal moto delle spalle, che piangesse. Stata così un pezzo, di seduta ch’ell’era, si lasciò andar supina, e rimase pur sempre colle mani sul volto, immobile, finchè dopo lungo tempo, anche le braccia, quasi perdessero ogni forza, caddero a terra distese lungo la persona.
Apparve allora il suo viso pallido, affilato, rallentati i muscoli dalla contrazione dell’ira, ma serbando tuttavia l’impronta della terribil tempesta ch’era passata su quell’anima desolata. Rendeva in un modo l’immagine d’una campagna spazzata da un tremendo turbine, dopo il quale sulla terra solcata dall’acqua, sugli alberi divelti e coricati, sulla natura tutta si stenda un silenzio, una calma attonita e sbigottita.
Alla fine, lenta lenta si rimise seduta, poi a fatica, chè si sentiva le membra tutte rotte e sfinite, s’alzò in piedi: venuta al suo cavallo gli acconciò le briglie, ed afferrato il crine e l’arcion di dietro mise il piede alla staffa, e, datasi l’andare due o tre volte, non senza stento si trovò in sella.
Prese verso Firenze, curva la persona, col capo caduto sul petto, in atto di tanto scoramento, che non parea possibile fosse quella di prima: e neppure il cavallo, dal mutar lento e strascicato delle gambe, dal collo e dalle orecchie cadenti, non parea quel medesimo che avea poco innanzi menata tanta tempesta.