Alla prima giravolta della strada scomparvero ambidue, e, col permesso del lettore li lasceremo andare al loro viaggio, chè Lamberto ci aspetta alla porta d’Empoli colla compagnia.
Il sole levato di poco, colla sua luce radente, tingeva già di rosato la bianca veste di brina che scintillava sul dosso delle colline, sugli alberi e sui tetti, lasciando le parti non illuminate in una tinta diafana ed azzurrina, quando il soldato di guardia sulla torre sovrapposta alla porta della terra, vide venir di lontano la compagnia, e riconosciuto il giglio nello stendardo, diede l’avviso che era comparso l’aspettato soccorso, e la nuova ne fu tosto arrecata al Ferruccio.
Il commissario, già in piedi da un pezzo (chè era assai difficile trovarlo a letto a qualunque ora si cercasse) attendeva poco lontano a far riparar non so che ad un bastione. Udita la nuova, venne sollecito ad incontrarli, e, fatto calare il ponte, alzare la saracinesca, ordinò s’aprisse la porta.
Entraron le genti, con le trombe sonanti alla testa, precedute dai due capitani, che sfilando innanzi al commissario lo salutarono coll’atto della persona e l’abbassar della lancia.
Il Ferruccio, alto di corpo e tutto nerbo, vestito d’una cappa bruna con istivali grossi ed un berretto, che da un lato gli cadeva sull’occhio, stava a vederli passare, piantato sulle due gambe un poco aperte, intrecciate le braccia al petto, la fronte alta ed austera, sotto la quale lampeggiava quel suo sguardo sicuro che pel color delle pupille e lo sporger del sopracciglio, era simile a quello dell’aquila.
Con un rapido abbassar del capo corrispose al saluto de’ condottieri, mentre accennando colla mano ordinava loro di distendergli innanzi in battaglia la compagnia sulla piazzetta che si trovava entrata appena la porta. I soldati, che avean legati i mantelli sulle groppe, e s’eran rassettati alla meglio, apparivan bella e buona gente e bene a cavallo: ed al comando dell’Arsoli, dato un po’ di volta per la piazzetta, si schierarono in linea. Si fece innanzi il Ferruccio, pur sempre colle braccia all’istesso modo, ed accostatosi ai due capitani, posti nel mezzo ed un poco innanzi dagli altri, diceva loro con voce sonora e quel parlar tronco che tanto può sui soldati:
—Bella compagnia! uomini, cavalli, armi, tutto bene. Li vedremo all’opera e presto, che, viva Dio! non aspettavo altro. Li farete rinfrescare, poi v’aspetto all’alloggiamento.... Di Firenze già nulla di nuovo? L’assalto del principe lo seppi colle lettere di jeri. Avrà veduto che anche i mercanti se n’intendono di far bastioni e sparar artiglierie. Ora due parole ai vostri soldati.—
E, voltossi alla truppa che gli stava dinanzi immobile ed in silenzio, disse con un sorriso:
—Questi marrani spagnuoli qui del contado, hanno di maladette gambe che a raggiungerli m’era fatica, voi farete la bisogna, valentuomini, con buoni sproni e dodici braccia di lancia assaggeremo loro le reni, se piace a Dio. Pensate che tutti combattiamo per la patria, e per questa santa causa non risparmierò nè la mia vita nè la vostra, ve ne avviso. Io saprò far il debito di capitano, dacchè i nostri signori m’hanno fatto degno di tanto onorato comando. Voi pensate a far quello di valenti soldati, chè usando altri modi io non sarei per sopportarlo.
—Ora attendetevi a riposare, chè non vi lascerò un pezzo colle mani in mano... e, viva il marzocco! viva la repubblica!—