Tostochè l’Arsoli ed il Bichi ebbero dato sesto alla compagnia, si condussero dal commissario, e con esso andò anche Lamberto, che aveva da Niccolò (ci scordammo accennarlo) avuto l’incarico di fargli riverenza per parte sua e narrargli quegli ultimi suoi casi.
Il Ferruccio era alloggiato nella casa del Comune in Piazza, e lo trovarono che li aspettava in una sala al primo piano ove le pareti eran tutte coperte di gigli e di marzocchi, e su in alto, sotto il soffitto intorno, si vedevan dipinte l’arme de’ podestà che avean retta la terra, tra quali fu il vincitore de’ Ciompi Michele di Lando. Il commissario sedeva presso una gran tavola ov’era costume render ragione. Salutò i nuovi arrivati, che entrarono ancora tutti armati quali erano venuti di Firenze. Ad un suo cenno sedettero e disse l’Arsoli:
—Questi, sig. commissario è messer Lamberto, che voi conoscete di nome se non di veduta.—
—Ah! rispose Ferruccio facendogli festa col viso, ho caro conoscervi ch’io non ho il maggiore amico di messer Niccolò, e so quanta stima egli faccia di voi.—
Lamberto allora, fattigli prima i saluti del suocero, gli venne narrando tutto il caso di Troilo, e com’egli avea lasciato il campo e datosi tutto alla parte Piagnona. Disse poi il suo matrimonio colla Laudomia, il motivo ed il modo ond’era stato interrotto, e vedendo che il Ferruccio gli prestava grandissima udienza, gli narrò dell’oscuro avviso ricevuto per via, di non so quali insidie tramate contro di essa, chiedendogli insieme licenza di spedire un uomo apposta a Firenze affinchè potessero guardarsi ed investigar la realtà e l’ordine di questa trama.
—Io vi do questa licenza molto volentieri, e se il servigio della città lo concedesse, vi direi andate in persona; ma una buona spada val tant’oro quanto pesa, a questi giorni, e non posso privarmene; conosco che dev’esser una gran passione per voi, messer Lamberto, lasciar una tale sposa per torre invece la lancia.... almeno così suppongo... (disse sorridendo) chè io di queste cose poco me n’intendo, ed alla vita mia non ebbi mai tant’agio ch’io potessi pensar a donne... A ogni modo, un par vostro saprà aver buona pazienza, chè ora i nostri amori hanno ad essere cogli archibusi e le bombarde.—
—Quanto a questo spero mostrarvi che so il mio debito, e che il mio primo amore è della patria e non d’altri.—
Così rispose Lamberto, con un viso ardito che non lasciava dubitare ch’egli mentisse; fatta poscia riverenza al Ferruccio si tolse di quivi, trovò presto d’un cavallaro che fu contento portar a Firenze la lettera per Laudomia. La scrisse Lamberto più presto che potè, ed in essa le narrò distesamente tutto l’accaduto in quella notte senza ommetter sillaba di quanto era stato discorso tra esso e Selvaggia. Dopo aver molto raccomandato che facessero in modo di scoprire se quest’insidie eran vere, oppur supposte da costei per puro dispetto, mostrando, quanto a sè, propendere per quest’opinione, entrava a deplorare e mostrar rammarico dell’aspro modo da lui tenuto con quell’infelice, svolgendone insieme a Laudomia i motivi, e mostrando poi alla fine in quanta agitazione d’animo si trovasse al presente sul fatto di costei.
La passione che provava per questo accidente la seppe esprimer benissimo, e forse troppo, chè scrivendo in furia, e coll’animo preoccupato, non ebbe campo di pesare e calcolar molto le parole, e l’effetto che sarebber per produrre su quella che con mente più tranquilla le avrebbe lette. Si faceva in ultimo a pregar Laudomia, volesse metter subito gente in moto, mandar sulla strada d’Empoli, ed in quelle vicinanze, per iscoprire che ne fosse stato di Selvaggia; ed avendo avuto a dire tante cose, col tempo che lo stringeva, conchiuse la lettera in modo più tronco, che al certo non avrebbe fatto, se la cosa non fosse stata di tanta premura.