Com’ebbe scritto, piegò la lettera in quattro, come s’usava in quel tempo, e traforatala, la chiuse con una funicella, della quale fermò i capi con un sigillo.

Partì il cavallaro, e seppe così ben pungere un cavalletto che avea sotto, che verso le ventidue scavalcava al portone de’ Lapi.

Mona Fede venne ad aprire: prese la lettera, e con gran festa corse nella camera di Niccolò ove egli si trovava colle figlie, ed a caso v’era anche Troilo. Laudomia, conosciuto dalla sopraccarta chi le scriveva, disse tutta allegra ed un poco arrossita:

—Oh! povero Lamberto, già m’ha scritto!—e principiò a leggere. A mano a mano che leggeva le si vedea tratto tratto mutar viso, mostrando ora maraviglia, ora mestizia, ora compassione, ed in ultimo parve sulla sua fronte serena si stendesse persino l’ombra d’un sospetto.

—Gran cosa è questa! disse alla fine tutt’altro che tranquilla in volto; e porgendo la lettera a Niccolò, soggiunse:—Ora vedete voi quel che convenga fare.—

Niccolò la prese, ma parve che quella lettura facesse sull’animo suo tutt’altro effetto, e piuttosto lo rallegrasse.

—Egli è il gran giovin dabbene, disse alla fine, che vuoi ch’io ti dica? bisogna far quel ch’egli consiglia.... non vedo altra via.—

Voltosi poi a Troilo, col quale s’era ogni giorno più venuto addomesticando, e tanto maggiormente ora di lui si fidava, dopo aver veduto con quanta prontezza si fosse proposto di partir in iscambio di Lamberto, gli disse, pur guardando Laudomia, quasi le domandasse licenza:

—Con buona pace di Laudomia, io voglio che leggiate questa lettera.... vedrete che cuore abbia il nostro Lamberto.... e che se volevate andar alle archibusate per lui, la cortesia non era sprecata.—