Il nostro quadro riuscirà pallido e senza vita, posto a fronte di quello lasciatoci dal Varchi nella sua storia, ricca di tanto colore e di tanta azione. Se avessimo a dar un consiglio al nostro lettore gli diremmo (tanto più s’egli è italiano) di leggerla da capo a fondo. Ma se invece si trattasse di una lettrice? Chè anche le donne italiane vorremmo sapesser le glorie della nostra comune patria per poterle presto narrare a’ loro bambini.... Come sperare che non si sbigottisse al solo vedere quel grande in folio della bella edizione di Colonia, con quella carta ingiallita, e la sua barbara ostinazione a non andar mai a capo?

Alle nostre lettrici consacriamo dunque specialmente queste pagine, e possa il nostro desiderio di risparmiare loro un po’ di fatica e di accender più viva la fiamma dell’amor patrio in cuori cotanto gentili, dar potenza alla nostra penna e procacciarle favore.

A pochi giorni dopo l’inutile assalto dato dal principe d’Orange alle mura di Firenze, la Lastra, forte castello, molto a proposito per assicurare la strada d’Empoli, venne in potere degli imperiali, i quali avuta la terra a patti che fosser salve l’avere e le persone, entrati appena, scannarono il presidio, che s’era arditamente difeso a buona guerra come chiedeva l’onore ed il servigio della città.

S’alzò in Firenze un grido d’indegnazione e di vendetta alla nuova dell’atroce caso, e del danno sofferto; e la milizia, che ardeva di venirne una volta a più stretto combattere, trovò il suo capitano Stefano Colonna pronto a guidarla contro il nemico. Ordinò s’uscisse una notte con circa mille fanti, armati quasi tutti d’arme in asta e spadoni a due mani, con pochi archibusieri, avendo in animo di cader inaspettati addosso agli imperiali e non combatter se non corpo a corpo. Contenta la cosa con Malatesta, dapprima lo trovò contrario al suo disegno. Voleva il traditore che la città si consumasse a poco a poco negli stenti d’un lungo assedio, e queste ardite fazioni, conoscendo egli l’ardore e l’animo di quelle milizie, gli facean temere non riuscissero una volta a rompere il campo nemico. Per non iscoprir troppo il suo disegno dovette nondimeno acconsentire.

La notte dell’11 dicembre, oscura e piovosa, uscì Stefano Colonna dal bastione dietro S. Francesco, in mezzo alle sue lance spezzate con una zagaglia in mano, avendo ad ogni soldato fatto mettere una camicia sopra il corsaletto, affinchè si riconoscessero nell’oscurità. Come avessero affrontato il nemico, dovevano uscire da varie porte altre genti ad un cenno d’artiglieria dato da Mario Orsino dal bastione di S. Francesco, e Malatesta s’era riserbato di sonare a raccolta con un corno quando lo stimasse opportuno.

Assaltata improvvisamente la guardia del colonnello di Sciarra Colonna a Santa Margherita a Montici, la misero in tanto disordine, che dopo breve e mal composto combattere, e molta uccisione de’ nemici, li posero in rotta; e seguitando il loro vantaggio, pur sempre combattendo, si spinsero innanzi, non più taciti e nascosti, ma con alto fracasso di grida, di tamburi e di trombe, tantochè levatosi tutto il campo a rumore ed in arme, correndo qua e là il principe e gli altri capitani per riparare e far testa, e rannodare i disordinati e i fuggiaschi, cominciarono gl’imperiali anch’essi a combattere francamente. Parve tempo allora a Mario Orsino di dare il cenno convenuto, e sparate due grosse artiglierie sboccarono dalle circostanti porte le bande a ciò ordinate, e per più lati furiosamente assaltarono il campo, tantochè il principe non sapendo ove volgersi, chè da ogni parte si vedea venir addosso nuovi nemici, si gettava ov’era più stretta la mischia, disperatamente combattendo, e fattosi oramai morto e disfatto: e sicuramente la cosa sarebbe riuscita com’egli s’aspettava, tanto mirabilmente la milizia fiorentina stringeva le vecchie ed agguerrite bande tedesche e spagnuole, se Malatesta, vedendosi a un pelo di perdere in un momento il frutto de’ suoi tradimenti, non avesse fatto rimbombare il suono del corno (veramente allora sinistro e doloroso) che strappando la vittoria di mano a que’ prodi e generosi cittadini li chiamava a raccolta.

Si ritrassero sparsi ed a stento, e ritornarono con bell’ordine senza venir seguiti o molestati dal nemico, al quale parea averne troppo miglior mercato che non sperava.

Questa cotanto onorata fazione accrebbe animo grandissimo a’ Fiorentini e desiderio d’uscir di nuovo contro i nemici, e fece accorto Malatesta, che cosa dovesse aspettarsi se non trovava modo d’attraversare ed impedire appunto che uscissero. È cosa da non potersi credere, con quanti pretesti, con quanti inganni e rigiri egli riuscisse sino all’ultimo dell’assedio in questo suo scellerato proposito, in modo che o la milizia non ottenne d’esser condotta a combattere, o se l’ottenne, furono dal traditore ordinate le cose in modo, che senza profitto si venisse consumando finchè la fame, le ferite e le morti l’avesser ridotta a tale di poterne disporre com’era suo disegno.

È difficile concepire come i Fiorentini non s’avvedessero d’esser venduti. Ma di cotali accecamenti è piena la storia de’ popoli e de’ governi, e furon sempre precursori ed indizj della loro rovina.

Venuto intanto il tempo di raffermare o mutare il gonfaloniere, cadde l’elezione su Raffaello Girolami invece del Carduccio, e fu l’ultimo che sedesse in Palagio.