Le speranze de’ soccorsi de’ confederati s’andavan sempre più dileguando, finchè s’estinsero del tutto. Francesco I, che per iscusarsi di non ajutare i Fiorentini, aveva addotto il pretesto di voler prima riavere i suoi figli rimasti statichi in Ispagna; riavuti che gli ebbe non mutò proposito, ed abbandonando questi suoi alleati, i più antichi e fedeli che avesse la corona di Francia in Italia, scrisse a Stefano Colonna suo soldato, di partirsi da loro, e richiamò il suo ambasciatore presso la repubblica, non curandosi di tal codardo operare purchè si tenesse amico l’imperatore. Vecchia peste d’Italia, fidarsi alle promesse di Francia o (per esser più veri) degli ambiziosi che se la giuocano a palle.

Ma per trovar l’esempio di tale perfidia pur troppo non occorse questa volta varcar l’Alpi.

I Veneziani anch’essi calpestando le promesse e i capitoli della Lega, fecero soli accordo con Cesare, e venutane la nuova a Firenze, ove non era sospetto veruno[49], i cittadini commossi gridavano per le piazze e per le strade, la loro essere stata lealtà veneziana[50]; ma questi nuovi ed inaspettati colpi della fortuna, non solo non raffreddarono il proposito di difendersi de’ Fiorentini, ma v’aggiunsero anzi l’impeto d’un nuovo sdegno e del nobile orgoglio di bastar soli contro tanti nemici.

Per contrastare all’estremo pericolo si risolsero partiti estremi, e talvolta crudeli, come fu quello circa i beni de’ Palleschi.

Vennero creati cinque ufficiali, detti Sindachi de’ rubelli, e, vinta una legge che sarebbe lungo riferire minutamente, ma che in sostanza poneva la mani sui loro averi, accordando facoltà di venderli e persino di costringere arbitrariamente i cittadini a farsene compratori, ove non se ne fossero offerti spontaneamente; e, ciò che più ripugna ad ogni giustizia, avendo anche effetto sulle cose passate, e potendosi per essa, render nulli molti anteriori contratti ove paresser fittizj. Legge barbara, è vero: ma, al cospetto della giustizia di Dio, chi parrà più colpevole? il Papa che volea la rovina di Firenze, o’ Fiorentini che, ridotti all’ultima disperazione, non avean altra alternativa fuorchè prender questi ingiusti partiti, o perire?

Ed alle insopportabili spese della guerra, neppur bastando codesta provvisione, si dovette presto por mano agli ori ed agli argenti delle chiese e de’ privati, i quali con mirabil prontezza portarono il loro vasellame; e le donne le collane, gli smanigli e i giojelli alla Zecca, ove si coniò una nuova moneta del valore di mezzo ducato con suvvi il giglio e le parole S. P. Q. F., e sul rovescio Jesus Rex noster et Deus noster.

Nel donare ai bisogni della patria gli ori e gli argenti, si può pensare se Niccolò rimanesse addietro dagli altri cittadini. Persin l’urnetta che conteneva le ceneri del Savonarola! volle dar anche quella, e le ceneri le raccolse diligentemente e le chiuse in una delle borse di seta e d’oro ch’eran nel corredo di Laudomia, ch’ella offrì volonterosa, e che si collocò nella nicchia ov’era dapprima il cofanetto.

Par infiammar sempre più l’universale, e fargli parer men gravi tanti sagrifizj, s’univano i conforti e le pompe della religione, non restando i frati di S. Marco, il Fojano, ed il Fivizzano più degli altri, di predicare nelle chiese e per le piazze, tenendo i modi, e seguendo lo spirito del Savonarola, e le loro calde ed ispirate parole, rese più valide dalla austerità del costume, che in essi splendeva purissimo, non ebber poca parte nel forte e costante operare del popolo di Firenze, e conoscendo codesti frati quanto possano le cose strane e non aspettate, a commovere la moltitudine, usavano spesso atti teatrali, come fu quello del Fojano, che orando in consiglio, dopo una lunga e concitata diceria, fece comparire uno stendardo sul quale era dipinto da un lato Cristo vittorioso con molti soldati abbattuti a suoi piedi, e dall’altro la croce, e porgendolo al gonfaloniere finì pronunziando le miracolose parole udite già da Costantino, e che gli predicevano la vittoria.