Combatterono a Baroncelli, ove in oggi è il Poggio Imperiale. Dante d’una stoccata nella bocca uccise Bertino. Il Bandini ferì Lodovico sulla fronte, d’onde il sangue che grondava, togliendogli la vista, dovette arrendersi, e portato in Firenze, in breve, molto malcontento della mal sostenuta impresa, uscì di vita.
Volto poi l’animo de’ Fiorentini ad operazioni di maggior frutto, nè potendo più Malatesta raffrenare la loro smania d’uscire contro il nemico, ordinò di condurli dove fosse impossibile che facessero gran frutto, e venissero invece esposti ai maggiori pericoli. Ottaviano Signorelli, colle più animose e meglio ordinate bande, uscito di Porta S. Pier Gattolini assaltò le trincere di M. Uliveto, difese da Baracone alla testa delle migliori fanterie di Spagna, mentre da Porta S. Friano, Bartolommeo dal Monte e Ridolfo d’Assisi conducevano altre genti alle spalle degli inimici. Anche in quest’occasione la milizia fiorentina si portò arditissimamente, e morto il capitano spagnuolo sopraddetto, per poco non misero in rotta i migliori soldati che fossero allora in Europa: ma ingrossando sempre più quei del campo per gl’incessanti ajuti di genti fresche, mandate dal principe a riparare le perdite sofferte, convenne alla fine alla milizia ritrarsi, e senza confusione veruna ritornarono in città lasciando gran numero de’ loro sul campo, tra i quali Lodovico Macchiavelli, figlio del celebre Niccolò.
Il cattivo esito di questa fazione servì a Malatesta per mostrare che egli non avea il torto quando disapprovava che s’uscisse a combattere, e non fu bastante ad aprir gli occhi a’ Fiorentini sui suoi nascosti disegni, chè anzi, mostrando egli grandissimo desiderio di ottenere il grado di capitan generale delle milizie forestiere, del quale avea sin allora esercitato l’ufficio, senza averne espressamente il titolo, la Signoria si risolse contentarlo, non avendo potuto ottenere da Stefano Colonna che per sè medesimo l’accettasse.
In presenza di tutto il popolo radunato in piazza, collocati in ringhiera il Gonfaloniere colla Signoria fu dunque solennemente dato a Malatesta il bastone di capitan generale. In segno di festa s’era inghirlandato il marzocco posto sull’angolo di palazzo, e postagli sul capo una corona d’oro. Ed il prelibato traditore, come il Butini chiama piacevolmente Malatesta, riccamente vestito, e con una medaglia nel berretto, sulla quale era scritto Libertas, disse una sua lunga orazione per ringraziare il popolo, e profferirsi pronto a metter la vita per difendere la sua libertà, con tutte le solite novellate di giuramenti e di promesse, che hanno sempre ingannato e sempre inganneranno la moltitudine.
Mentre questo traditore, conducendo, senza che se n’avvedessero, i fiorentini alla mazza, otteneva cotali onori, altri traditori di più basso stato eran in diversi modi perseguitati e puniti, chè d’ordinario a’ meno ribaldi tocca sopportar que’ castighi, che i maggiori sanno con più sottile astuzia evitare.
Ad alcuni capitani che si fuggiron di Firenze colle loro bande furon poste addosso di grosse taglie, e contraffatta la loro persona con fantocci di cenci, vennero impiccati per un piede alle forche sul bastione di S. Miniato verso Giramonte alla vista de’ nemici, ed un cartello che avevano al collo mostrava in lettere da speziali, scritto il nome di ognuno, per fuggitivo, ladro e traditore.
Andrea del Sarto li dipinse poi sulla facciata della Mercatanzia in Condotta, quantunque desse voce che l’opera fosse di Bernardo del Buda suo discepolo, per non acquistarsi nome di pittore d’impiccati.
Un frate di S. Francesco, Vittorio Franceschi, per soprannome fra Rigolo, morì sulle forche per aver inchiodato artiglierie, e Lorenzo Soderini, fece l’istessa fine, convinto d’essere spia di Baccio Valori.
Intanto la carestia, non ostante le cure e gli sforzi de’ rettori, andava sempre crescendo. Dopo aver ne’ primi mesi consumato il grano e l’altre biade buone da far pane si cominciò a macinar legumi, e beato chi ne poteva avere.
E basti a dar un’idea de’ prezzi cui eran salite le migliori grascie, il dire, che la carne de’ cavalli ammazzati nelle scaramucce si vendeva due grossoni la libbra, quella d’asino un carlino, un gatto quaranta soldi, ed un topo un giulio, e finito l’assedio pochi ve ne rimasero.