Sul primo la difficoltà delle vettovaglie non era molta, chè dai contadini n’eran portate in città di continuo, allettati da’ grossi guadagni che vi trovavano, ed essendo la città rimasta aperta per molti mesi dalla banda di Fiesole. Ma quando un corpo di Tedeschi ebbe occupato S. Donato in Polverose, tennero cura grandissima che nulla potesse entrare in Firenze, e furon cotanto orribili le torture colle quali straziavano que’ poveri contadini che cadeano nelle loro mani, che presto non si trovò più chi fosse tanto ardito da porsi all’impresa. Il Bentivoglio, soldato nel campo imperiale, descrive nella satira seconda (citata anco dal Pignotti) l’atroce fatto d’un povero contadinello che fu colto mentre conduceva a Firenze un asino carico di biada e fieno. Da otto spagnuoli gli vennero al primo recise le parti nascoste, e poi messolo allo spiedo l’arrostiron vivo, a fuoco lento, pillottandolo come s’usa colla cacciagione.
Ma neppur la fame non abbatteva ancora ne’ Fiorentini il costante proposito di difendersi, e le nuove che di giorno in giorno venivan giungendo delle frequenti e fortunate imprese del commissario Ferruccio, rendevan anzi questo proposito più fermo che mai. Egli s’era reso padrone di S. Miniato, come aveva promesso, salendo il primo sulle mura, che furon vinte per iscalata: ed essendosi frattanto, ribellati i Volterrani, e datisi al papa, egli fece istanza alla Signoria di venir mandato a sottometterli; premendo d’usar prestezza onde non avesser tempo di sforzare il commissario Bartolo Tebaldi, che, ritiratosi nella rocca, gagliardamente si difendeva.
Abbiam la fortuna di poter offrire al pubblico la lettera propria del Ferruccio alla Signoria, colla quale le rese conto del suo operato in questa occasione.
Alli Dieci della guerra[53].
Noi arrivammo qui alli 20 a ore 21 ed avemmo ad entrare nella fortezza a colpi d’artiglierie; e quando fummo tutti arrivati al ridotto d’essa feci saltar dentro tutte le fanterie e trar la sella a tutti li cavalli, ed ad uno ad uno li messi nella cittadella, faccendo dar ordine subbito a rinfrescarli alquanto, ma non trovai con che, chè a premere tutta la fortezza non vi si trovò più che sei barili di vino con tanto pane che ne toccò un 1/2 per uno e non più, e vi giuro a Dio che se io non aveva avuto avvertenza di far pigliare ad ogni uomo pane per due giorni, e così portar meco due some di sale e 25, o 30 marraioli con picconi ed altre cose che fanno mestiere ad espugnare una Terra, ed una soma di polvere fine da archibusi, che io non ci avrei trovato modo che li vincitori non fussero stati vinti senza combattere. Rinfrescati alquanto li feci metter a battaglia, e feci aprire la porta di verso la Terra ed a bandiere spiegate li assaltai da tre lati, ed in tutti tre trovammo un intoppo di trincee che a volerle passare vi morirono 50, o 60 uomini de’ più segnalati che fussero nelle bande fra delle nostre e delle loro; nè si mancò per questo di non passare, e passati li pigliammo insieme con la piazza di S. Agostino, dove avevano fatto il fondamento loro, e quello che ci dette più molestia fu l’essere combattuti da tre bande per aver loro traforato le case di sorte che passavano d’una nell’altra et offendevano senza poter essere offesi. Le forze de’ nemici fecero alquanto temere le nostre fanterie, per esser due mezzi cannoni a ridosso di quelle trincee su detta piazza, e spararono due volte per uno con qualche danno nostro. Vedendo io con gli occhi questo, fui forzato di fare di quelle cose che non era l’offizio mio, e così imbracciai una rotella, dando coltellate a tutti quelli che tornavano indietro. Finalmente saltai su quel riparo con una testa di cavalli leggeri armati di tutt’arme, con una picca in mano per uno, insieme con parecchie lance spezzate che io ho appresso di me, et insignoritosi del riparo cominciarno a pugnare innanzi, e guadagnammo la piazza con l’artiglierie et con grande occisione di loro togliendo loro due insegne, et vi morì un capitano, et così ci volgemmo a combattere casa per casa tanto che c’insignorimmo del tutto. Assalicci la notte nè si potè andare più innanti, ed eravamo in modo stracchi che nessun fante poteva stare in piè. Feci tirare quelle artiglierie che avevamo lor tolto, sotto la fortezza, et mettervi le sentinelle, et lasciai a guardia della piazza il sig. Cammillo con tre altri capitani, e così ci stemmo sino a questa mattina, dove di nuovo riordinai le genti et le messi in battaglia per dare l’assalto. Trovammo che avevan fatto tutta notte bastioni et attraversate le strade con certi pezzi d’artiglieria grossa, nè per questo si temeva, che andava alla volta loro. Impauriti d’aver perduto parte della terra et vedendo tanti morti per le strade, e d’esser fuggiti quelli tanti tristarelli che ci erano Fiorentini con il gran Ruberto Acciaioli padre di tutti, accennarono di voler parlamentare, e così detti la fede al Commissario Taddeo Guiducci, et se altri della Terra venissino parlare con me volendomi domandare quello che io desiderassi. Risposi loro che volevo la terra per li miei Signori o per forza o per amore, et che volevo che fusse rimesso nel petto mio quel bene et quel male che avevasi a fare alli Volterrani; et loro mi chiesero tempo di due ore per poter far consiglio con gli uomini della Terra, et che verrebbono con pieno mandato. Non lo volsi fare perchè vedevo che mi volevan tenere a bada fino a tanto che il soccorso che era per via comparisse. Detti lor tempo sinchè tornassero loro dentro le trincere, con far loro intendere che se fra una mezz’ora non tornavano con risoluzione di quello che avevo loro imposto, che io farei prova di acquistare quel resto con l’arme in mano come ho fatto sino a qui. Et così se ne andorno et tornarno fra ’l tempo, e di più menarno con loro il capitano Gio. B. Borghesi che era colonnello di tutti li altri capitani. Arrivati a me si buttorno in poter mio, et che li Volterrani si rimettevano in tutto e per tutto in me e nella mia discrezione. Et così li accettai promettendo la fede mia di salvare la vita al commissario et a tutti li fanti pagati, et tanto ho osservato; et subbito li feci passare in ordinanza per mezzo delle bande nostre et metterli fuori della Terra. Et perchè Taddeo Guiducci mi pareva nel tempo che noi siamo di troppa importanza a lasciarlo, l’ho ritenuto appresso di me con animo di non li fare dispiacere nessuno, avendogli data la fede mia, et ancora se l’è guadagnata con fare qualche opera che mi è piaciuta. Onde io prego le SS. VV. che gli voglino perdonare fino a quello che io gli ho promesso, che, come di sopra ho detto, gli detti la fede mia di non lo far morire.
Partiti li soldati imperiali, presi la piazza, e messi a guardia dell’artiglierie tutti li cavalleggeri, et le guardie alle porte, et spartiti li quartieri, che questa volta non furono ne’ borghi, feci mandare un bando che ciascheduno Volterrano fusse trovato con l’arme cadesse in pena delle forche. Oggi farò descrizione di esse et ne li priverò del tutto a causa che non possino più adoperarle contro di noi, come questa volta hanno fatto. Anche oggi si farà bando per vedere tutte le portate del frumento, che intendo che ce n’è gran copia, et le farine che ci fussero fatte et altre grane rimetterò nella cittadella con più prestezza che si potrà, et tutte le artiglierie mandate da Andrea Doria, che pare che l’abbin fatto a posta per renderci il contraccambio. Di quelle di Ruberto prese l’artiglierie son due cannoni di libbre 70 di palla per ciascuno et due colubrine che mai veddi le più belle artiglierie et meglio condotte, et 1/2 cannone et un sagro che fanno il numero di sei pezzi grossi con palle 80, con qualche poco di polvere et salnitri; et domani che saremo alli 28 manderò un trombetto alle Pomerance et uno a Monte Catini, et di quello che seguirà per il prossimo li darò avviso.
Quando parrà tempo alle SS. VV. quelle mi daranno un cenno che io cavalchi per la volta di Maremma a liberare Campiglia, Bibbona, Buti et tutto il paese, et se ne caccerà quelli ladroni di strada che vi si trovano accasati, et quando io intenderò la passata di Fabbrizi per la volta di Pisa, non mancherò di mandare quelle forze, che per me si potrà a quella volta; nè mancherò di mandare a Empoli una banda a causa si renda più sicuro, ancorchè si trovi assettato dall’arte che le donne con le rocche lo potrebbono guardare. Nè altro ho che dire, salvo che pregare quelle che mi voglino consentire la sede data al Guiducci, et questo voglio che sia il premio di tante mie fatiche.
15 luglio 1530.
Li nomi di quelli tristarelli usi a sollevare li popoli a partito vinto son questi:
Agnolo di Donato Capponi.
Giuliano Salviati et un certo Giovanni di.... de’ Rossi.
Lionardo Buondelmonti fratello del cavaliere, e
Ruberto Acciaioli, padre di tutti.