Sforzati così i Volterrani tornarono sotto il giogo de’ Fiorentini; e giogo veramente si potea dire, poichè privati d’ogni libertà, ed anco poco ben trattati, non avean parte veruna alle deliberazioni di Stato. Gl’ingiusti modi tenuti con loro non meno che con Pisa, Pistoja e l’altre città del dominio, impedì che nel comune pericolo essi andassero di buone gambe alla difesa, ed anzi accrebbero l’impaccio, dovendosi impiegare molte forze a tenerle soggette. Tanto è vero che l’oppressione de’ deboli genera faville, le quali covano ignote e sprezzate per lunga stagione, ma scoppiano pure alfine in incendio, e consumano l’oppressore.
Di questa verità Firenze ne offerì un tristo esempio, nè la giusta ammirazione che c’ispira la sua ultima difesa, c’impedirà di riconoscer le colpe e gli errori che contribuirono alla sua rovina. Si crederebbe, che fra gli uomini di stato d’allora correva questa sentenza: Pisa si dee tener colle fortezze e Pistoja colle parti? Si crederebbe, che la crudele astuzia di attizzare gli odj, pei quali le parti Cancelliera e Panciatica, empievan di sangue il piano e la montagna di Pistoja, si potesse chiamare ragion di stato? e si credesse accorto non solo ma lecito ed onorevole l’usarla? Se in questo furono accorti i Fiorentini, il fatto lo mostrava all’ultimo dell’assedio, quando, se Ferruccio fosse potuto giungere sotto le mura di Firenze, era quasi impossibile non la salvasse: ma egli, parte ingannato, parte persuaso dal capitan Melocchi di S. Marcello che pensava a distruggere i Panciatichi suoi nemici più che a liberar Firenze, si trattenne tanto, che potè in mal punto essere assaltato e rotto, come vedremo, dagli imperiali. Ecco qual frutto colsero i Fiorentini di sì loro sottile ed accorta ragion di stato!
CAPITOLO XXVI.
L’allegrezza sparsasi in Firenze per la sottomissione di Volterra venne presto turbata dalla perdita d’Empoli, chè lasciato dal Ferruccio a guardia di Andrea Giugni e Piero Orlandini, per la costoro viltà venne espugnato e mandato a sacco dagl’imperiali. Condotta a fine quest’impresa, si drizzarono a Volterra guidati dal marchese del Vasto da Inigo Sarmiento ed altri capi, e riunitisi a Fabrizio Maramaldo, strinsero la terra con furore sperando ritoglierla al Ferruccio, che senza punto smarrirsi per le soverchianti forze degl’inimici, o pei sospetti de’ cittadini di dentro, si difese francamente sempre, tantochè alla fine, dopo molta uccisione, disperatisi dell’impresa, se ne levarono.
Allora si vide come il cuore d’un uomo solo basta talvolta, a guisa di favilla che cada su un ammasso di polvere, ad accenderne mille. I fiorentini infiammati dalle rapide ed ardite imprese del Ferruccio (quantunque un nuovo e più terribil nemico si fosse aggiunto a’ loro danni, e la peste scopertasi nel monastero di S. Agata cominciasse a serpeggiare per la città) risolsero non pertanto d’uscir di nuovo contro i tedeschi, che sotto il conte Lodovico di Lodrone alloggiavano in S. Donato in Polverose.
Ripugnando ed opponendosi, come il solito, Malatesta, che non acconsentì se non quando conobbe esser egli solo contro l’opinione dell’universale, venne stabilita quest’impresa ed ordinato s’eseguisse a modo d’incamiciata.
Uscì Stefano Colonna per la porta di Faenza con duemila fanti armati di picche e partigianoni: per porta al Prato Pasquino, Corso col suo colonnello per la porticciuola, Maìatesta lungo la riva d’ Arno con 1500 fanti acciocchè i nemici dal campo non potessero, guazzando il fiume, venire ad offendere a tergo gli assalitori.