Mancavano due ore a giorno, e pel caldo grande erano i nemici immersi nel sonno. Fattosi avanti Pasquino più presto che non volea l’ordine dato, si risentirono le guardie della prima trincera, e levarono il rumore, che udito dal sig. Stefano lo fecero correre all’assalto. Superato ogni ostacolo, e cacciandosi innanzi i tedeschi, che sbalorditi e sonnacchiosi disordinatamente si difendevano, ajutando lo spavento e la confusione gran quantità di trombe da fuoco, che Giovanni da Torino gettava fra loro, giunse colle sue bande ad assaltare il monastero.
Il conte di Lodrone aveva intanto raccolto un nodo di duemila tedeschi, che colle picche spianate attendevano a difendersi da’ furiosi assalti d’Ivo Biliotti (il quale a dir del Varchi, abbassando il capo com’era suo costume, si gettava contro i nemici gridando ai suoi «su, valentuomini, mescoliamci!») e degli altri capitani e giovani fiorentini, che con tanto disperato furore combatterono quella notte da esserne rimasta poi lunga ed alta meraviglia fra quelle vecchie ed agguerrite bande, che mal potevano resistere a tanta furia. Mentre colla peggio de’ lanzi durava ostinata la battaglia, s’era fatto giorno; ed uditosi il romore nel campo del principe, egli aveva spinto una grossa banda di cavalli in ajuto de’ suoi, e dove era ufficio di Malatesta combatterli e ributtarli al guado del fiume, la qual cosa, ogni poco che impedisse il soccorso, avrebbe data vinta l’impresa ai Fiorentini, egli invece, da quel traditore ch’egli era, si ritrasse dentro le mura, e mandò ordinando al sig. Stefano di sonare a raccolta.
Dovettero le milizie, così vilmente abbandonate, ubbidire al comando per non venir tolte in mezzo, e volgendo pur sempre il viso al nemico, che poco avea in animo di molestarle, si ridussero ordinate dentro le porte; e parte avvedendosi alfine dei disegni di Malatesta, si cominciò tra popoli a bisbigliare di tradimento, ed a sospettare del fatto suo.
Ma l’avvedersi ed il voler ora riparare era tardo. Malatesta, antiveggendo di lunga mano la possibilità di venir sospettato ed anco scoperto, s’era governato in modo che l’evento non lo cogliesse nè sprovveduto nè disarmato. Conversando co’ più reputati cittadini aveva saputo guadagnarseli, qualunque fosse la loro opinione circa lo stato, «ed ai popolani (usiamo le parole del Busini) dicea della libertà; ai malcontenti, del papa; agli ambiziosi, biasimava questi e quelli, e lodava uno stato di pochi ec.» con siffatte arti essendogli riuscito persuadere ad ogni setta di cittadini ch’egli teneva per essa, non gli mancava mai chi lo difendesse dalle accuse che gli si apponevano nell’universale, come non mancarono alla fine cittadini più ingannati che colpevoli, i quali l’ajutassero a compiere lo scellerato suo tradimento.
Di più, cominciando ad avvedersi che la Signoria dubitava della sua fede, s’era levato dal palazzo Serristori, ed alloggiato invece in casa i Bini[54], sotto colore d’esser più a portata pei bisogni dell’assedio, ma in effetto, per aver più vicina la porta Romana, la di cui torre ben armata e provvista, era in mano d’uomini suoi, e potea servirgli ad un serra serra, come di fatto gli servì. Egli non si lasciò più vedere gran fatto fuori di casa, e quando usciva era bene accompagnato, facendo soprappiù tener bonissima guardia giorno e notte intorno al suo alloggiamento, e, chiamato in Palagio, o non vi volle andare, o se qualche volta v’andò, fece pigliar il portone e le scale da gran numero di suoi soldati, temendo, com’egli diceva, di non fare il salto di Balduccio d’Anghiari[55].
Rassicurato così dal timore di poter essere oppresso, e parendogli oramai preparate le cose, e matura l’occasione, si dispose con nuove frodi a coglierne il frutto. Il Ferruccio, che da Volterra, per la Maremma, s’era condotto a Pisa, e nel quale stava oramai riposta l’ultima speranza della repubblica, avea avuto l’ordine di condursi a Firenze, e non par da dubitare, che ove egli avesse assaltato il campo imperiale nel tempo stesso che le milizie l’affrontassero di verso la città, non fosse riuscito risolvere finalmente l’assedio.
Malatesta, che più di tutti tenea per ferma la riuscita di cotale impresa, ordinò, pel mezzo d’un suo fidato ribaldo, detto Cencio guercio, di abboccarsi segretamente di notte col principe d’Orange sotto le mura fuor di porta Romana, e quali pratiche tenesser fra loro non si seppe mai, ma pare probabile, che il traditore dando notizia al principe della mossa del Ferruccio, gli promettesse di non far atto nessuno contro il campo, mentr’egli fosse andato ad incontrare il commissario, e di cotal promessa gli desse una polizza scritta di sua mano. Il fatto sta che la polizza fu poi trovata in petto al cadavere del principe morto pochi giorni dopo.
Il disegno di Mala testa ebbe pienissimo effetto, e nella rotta di Gavinana, avvenuta poco appresso, l’Orange ed il Ferruccio rimaser morti e svanì l’ultima speranza di salute che rimanesse ai Fiorentini. Il seguito di quest’istoria ci offrirà l’occasione di ritornare sui particolari di quella memorabil giornata, ma prima dobbiam ritrovare gli attori del nostro racconto, che la storia de’ pubblici avvenimenti narrati sin qui, ci conduce ad un’epoca ove i casi della famiglia de’ Lapi, principale scopo del nostro lavoro, ci pajon meritevoli d’una qualche attenzione.
La sera de’ 4 d’agosto era in Firenze un’afa grandissima e l’aria inerte ed infocata appariva ottenebrata e densa per una caligine rossiccia e polverosa che opprimeva il respiro. La spera del sole lambendo l’orizzonte si mostrava purpurea e dilatata pe’ frapposti vapori, e le cime soltanto degli edifizj ne venivan colorite d’una tinta spenta e sanguigna. Tra le quattro massicce colonne che l’animoso ingegno d’Arnolfo di Lapo seppe collocare sulla torre di Palagio, a reggerne il castello, si vide a un tratto la campana grossa del consiglio sulla quale erano in giro scolpite quelle parole: Mentem sanctam, spontaneam ad Dei gloriam, et patriae liberationem (habeto) scuotersi, dondolar lenta, e poscia mostrando la vasta bocca agitarsi più rapida finchè il grave battaglio percosse il primo colpo nella parete di bronzo, ed una vibrazione sonora e prolungata si sparse per l’aria seguita da altre mille; chè oramai si suonava a distesa. Questo suono, che da secoli, ed in tante fortune della città, avea chiamati i cittadini a trattar dell’onor o de’ pericoli della patria, s’udiva questa volta per l’occasione più dolorosa e tremenda che avesse mai minacciato lo stato.