Era giunta in Palagio la nuova della rotta di Gavinana, e della morte del Ferruccio; di quello che i Piagnoni chiamavano il nuovo Gedeone, e col quale era spenta ogni speranza di soccorsi di fuori. I volti de’ cittadini calcati in piazza e per le strade che vi mettono, anneriti dal sole e dal fumo di tante battaglie, solcati di cicatrici, ridotti per la farne e gli stenti in forma di teschi ricoperti d’una pelle aggrinzita, erano impressi d’un lutto profondo, disperato, ma indomito e feroce. Dopo tanto combattere, tante vittorie, tante pericolose e pur felici fazioni, al punto di coglierne il frutto, al punto che ognuno s’aspettava udire: «Il commissario è comparso... egli assalta il nemico... egli combatte.... ha vinto.... egli entra per la porta di Faenza....eccolo... siam salvi! Ed invece udir le terribili parole: l’esercito è disfatto ed esso ucciso!» pareva persino impossibile a molti! chè vi son tali vite tanto venerate e gloriose, che non si stima possa una palla o una spada osar di troncarle! Eppure il fatto era certo, la sentenza irrevocabile; l’idea sott’intesa spesso, ma che sempre ed in ogni occasione serviva d’ultimo rifugio alle vacillanti speranze, il pensare, «Ferruccio è vivo!» Questa idea, questo pensiero era a un tratto dovuto uscir d’ogni petto, lasciandovi in sua vece la tremenda certezza d’una rovina imminente ed irreparabile. In che di fatti potea più sperare quel misero assassinato popolo, stretto di fuori dalla soperchiante potenza di Carlo V e del papa, abbandonato da tutti, e travagliato di dentro dalla fame, dalla peste e dal tradimento? Come reggere a più lunghe fatiche, al languire delle mogli, de’ vecchi, dei figliuoli? Come risolversi ad incontrar nuovi pericoli, a protrarre la lunga ed inutile agonia, che certissimamente si sapeva dover riuscire a pessimo fine. Quale potrebbe essere la risoluzione del popolo più generoso, più sofferente, più ardito in cotal estremo, se non quella di cedere alla necessità ed arrendersi?
Quale fu la risoluzione de’ Fiorentini, quale il grido che si levò nell’universale? Difendersi, e sempre difendersi.
Sulla piazza di Palagio, che ancor conservava allora la sua augusta ed antica semplicità, e non era ornata, come oggi, dalla fontana dell’Ammannato, nè dai gruppi di Cellini e di Gian Bologna, s’agitava la turba del popolo, composta d’uomini d’ogni età e d’ogni stato, di vecchi, di soldati e capitani forestieri, d’adolescenti, di frati, di giovani della milizia, quasi tutti più o meno armati, e la fatal nuova narrata in cento modi, con cento commenti diversi, era in bocca d’ognuno, e ne sorgeva un ronzìo cupo e pauroso, interrotto tratto tratto da qualche voce più alta, ora di preghiera, ora d’imprecazione o di bestemmia; e, com’accade tra la moltitudine in siffatte occasioni, si formavan cerchietti intorno a quelli che avean più pronto ed efficace il dire, e se varii erano i rimedi, i modi proposti, il fine era sempre lo stesso: combattere e difendersi.
Sotto la tettoja de’ Pisani, dirimpetto alla Ringhiera, era più che altrove, accalcata la folla, più riverente l’attenzione, e non turbato il silenzio; e dal centro di quel nodo di popolo sorgeva di tutto il capo l’alta e venerabil presenza di Niccolò, che colla mano in alto, e movendo in giro lo sguardo sicuro, diceva:
—Sì, popolo mio, l’esercito è disfatto.... messer Francesco è morto... E che perciò?.... Oh! sta a vedere che il braccio di Dio si sarà raccorciato, che la sua mano avrà perduta ogni forza per la morte d’un uomo!.... Sta a vedere che l’Onnipotente sarà ora in impaccio a trovar modo d’ajutarci? che gli dorrà d’essersi troppo impegnato, d’averci troppo promesso!.... Ah, di poca fede!... (esclamava più alto) di poca fede! Chi muove, chi fuga, o dà vittoria agli eserciti se non Iddio? e quand’egli vi rimane, quand’egli per bocca del suo profeta v’ha giurato di star per voi, di salvarvi, vi turba il fallito soccorso di poche braccia?.... Sappiatemi dire di quante ebbe mestieri Iddio per ammazzar Sennacherib ed il suo esercito? Di quante per salvar Betulia? Speravate negli uomini; conoscete una volta che in Lui, in Lui solo dovete sperare, che ha promesso difendervi, che ha promesso (lo sappiam pur tutti) di mandar persino i suoi angioli a combatter per voi[56]. Vi voleva l’estremo pericolo affinchè più chiara apparisse la sua gloria!.... Il pericolo è giunto, è immenso.... A terra le fronti dunque (ed egli, e tutto il popolo cadde in ginocchio) Iddio, gridiamo tutti, Iddio! Cristo re nostro, in te solo oramai confidiamo! a te sta ora il confondere i tuoi nemici, onde non dicano con ischerno «Ecco come gli ajuta il loro Dio!» A noi sta il combattere, ed il morire, se morire sarà mestieri!... su dunque, esclamò rialzandosi, su dunque, all’armi, alla battaglia, e giuriam tutti di morire mille volte prima che arrenderci una!—
Durante questa parlata, chi levava le mani in alto in atto di preghiera, chi si batteva il petto, chi fremeva, chi singhiozzava, e all’ultime parole del vecchio scoppiò, come il tuono, un urlo feroce, discordante, di mille voci, che in mille modi ripetevano il proposto giuramento, ed a quel grido così alto ed improvviso tenea poi dietro un cupo e lungo mormorìo pieno di concitate parole, di minacce, di strane e tremende proposte, e molte voci s’udivano scagliarsi qua e là esclamando: Ah, traditor Malatesta! e pareva appunto quel brontolar sordo e lontano che s’ode fra monti dopo il primo scoppio del tuono. Questa scena, che accadeva qui sotto la loggia de’ Pisani, intorno a Niccolò, si ripeteva uguale in altre parti della piazza, ove qua e là da molti frati di S. Marco, e dal Fojano e dal Fivizzano più di tutti, si arringava coll’impeto e col proposito stesso, onde a seconda del dire di codesti popolari oratori, non appena finiva il grido e lo schiamazzo in un lato, che cominciava in un altro.
Crebbe poi l’agitazione, se era pur possibile che crescesse, per questo fortuito accidente: un povero fanciullo del popolo minuto, il quale, come si seppe di poi, da più mesi era rimasto abbandonato, senza ricovero nessuno, essendogli morto in battaglia il padre, lanajolo, e la madre di fame, avea notato, stretto dalla necessità, un luogo sul lato del Palazzo verso la dogana ove sboccava a fior di terra un acquajo che veniva di su dalle cucine della Signoria, e per esser così un poco fesso il condotto, il misero fanciullo s’era accorto di certe erbe che colle lavature delle stoviglie cadevano per quel canale, ed ingegnandosi di dilatare la rottura, poi ricopertala alla meglio onde altri non se n’avvedesse e non gli rapisse quel suo solo ed ultimo bene, veniva qui sulla sera ogni giorno, e trovava, fermata in certe cannucce che avea disposte in traverso del condotto, una piccola quantità di bucce di frutta, d’ossicini, di legumi e d’altre immondezze, colle quali sosteneva la sua povera vita. Questa sera v’era venuto come il solito, tutto sfinito, chè al povero fanciullo quel tristo pasto bastava appena appena per non morire, ma reggendosi a’ muri pure v’era venuto. Ma quel giorno, in Palagio, pel sottosopra della nuova arrivata, o non s’era pensato a desinare nè a cena, o, comunque fosse, per quell’acquajo non era stata buttata cosa veruna, ed il povero sventurato orfanello, che appena avea più un soffio di vita, non trovò nulla, e caduto boccone presso l’acquajo diede in un pianger basso e fioco; nè trovato altro modo d’ajutarsi, cavando lungo il muro coll’ugne, ne strappava pochi fili di gramigna che vi crescevano, tutti arsicci, e se li cacciava in bocca, e mentre si sforzava colle indebolite mascelle di masticarli, fu visto cader sul fianco, stirare un momento le consunte membra, e rimaner immobile.
Notato l’atto da alcuni per caso, gli si fecero accosto, vollero sollevarlo da terra, e trovarono che era morto; e da un frate che s’imbattè costì fu portato via per mezzo la piazza, mentre appunto per le parole di Niccolò e degli altri era il popolo più infiammato, e gli animi più commossi. Il pietoso spettacolo di quel morticino portato in collo a quel modo, colle braccia e le gambe spenzolate, la testa arrovesciata, le labbra livide ed imbrattate dai succhi verdi di quell’erbe, che ancor teneva strette tra denti serrati dall’ultima convulsione, scosse i cuori di que’ poveri popolani, che in quell’infelice vedevan raffigurata la sorte de’ loro figliuoli, e di loro stessi.
—Se s’ha a morire a quel modo, gridavano alcuni, moriam piuttosto d’archibusate!—Ah cane! Ah rinnegato Chimenti!, diceva un altro, ah! traditore, assassino della tua patria!....—E Bindo, che si trovava fra costoro, diceva adirato:
—Ma ditelo voi: di tante volte che siam usciti contro i nemici, fummo vinti, ributtati una sola? Non tornammo sempre in Firenze perchè così ci parve di fare, o (per esser più veri) per difetto di quel traditore di Malatesta? Eh! gridiamo tutti che si vuoi uscire a combattere, mettiamoci d’accordo noi, e converrà bene che i signori su in Palazzo s’accordino anch’essi al nostro volere.—