Per queste parole, e per tante cause riunite, sempre più si faceva terribile ed alto il tumulto e le grida del popolo che chiedeva battaglia, e molti, spingendosi su per le scalere che sorgono sotto la ringhiera ed il portone di Palagio, mostravano voler far forza alla guardia, per entrare e turbar le deliberazioni della pratica radunata. Si potea scorger da lontano l’onda della turba che si sollevava da un lato, e l’agitarsi disordinato delle picche de’ soldati che s’ingegnavano raffrenarla: ma a rimettere un po’ d’ordine in questa confusione corse a un tratto tra la folla la voce, che era vinto il partito d’assaltare le trincere. A questa nuova si levaron mille grida di viva i Signori!Viva il marzocco! E nel modo istesso che in mare al cader del vento, cade presto, ma non subito, la superbia del flutto, così, ancora per breve spazio durò il frastuono e l’agitazione, ma poi a poco a poco, anco per esser oramai notte chiusa, si venne diradando la folla, scemaron le grida e il susurro, e movendosi allegri i cittadini, pieni di nuova speranza, tornaron alle loro case, lasciando la piazza muta e deserta.

Insieme cogli altri, e misto tra quelli che venivan per Vacchereccia e Mercatonovo, camminava anche Troilo, tirando verso Ponte Vecchio. Dacchè non ci siam più occupati de’ fatti suoi, egli s’era occupato anche troppo della scellerata bisogna per la quale era venuto in Firenze, e vendutosi a Baccio Valori, quantunque sul primo si portasse assai rimessamente e di malavoglia, come accennammo, parte per un resto di ripugnanza a totali ribalderie, parte per trovarsi affastidito della vita che gli conveniva menare, avea poi a poco a poco, calpestando ogni scrupolo, saputo guadagnar benissimo il prezzo del suo tradimento.

Dal tetto della casa de’ Nobili, quando l’occasione lo richiedeva, veniva facendo cenni a quelli del campo con panni e biancherie, di giorno, e con lumi la notte: avea tenuto mano ad una segreta corrispondenza tra Baccio e Malatesta, e portava le lettere in una balestriera fuor di porta a S. Gallo, ove un messo del campo di notte segretamente veniva per esse. Instrutto da Malatesta, chè oramai si fidava di lui interamente, s’era addimesticato coi giovani della milizia, e con quelli spezialmente che appartenendo alla setta di Niccolò Capponi, ed essendo de’ grandi, concorrevano bensì col resto del popolo alla difesa, ma nutrendo sempre in cuore l’antica gelosia contro la plebe, e mantenendo il sospetto non venisse il reggimento a cadere unicamente nelle sue mani, offrivan appiglio a chi si volesse staccare dal comune interesse, come di fatti avvenne.

Troilo, senza scoprirsi, e mostrandosi anzi acceso più degli altri per la parte Piagnona, avea però saputo con grand’arte seminar tra loro di quelle parole che inveleniscon gli animi più sollevati, e li spingon destramente verso que’ propositi che non s’oserebbe esprimere allo scoperto. Mostrandosi pensoso, sopra ogni cosa, del bene della città, diceva talvolta, stando sopra di sè e sospirando: «Si vincerà, si scioglierà l’assedio, non v’ha dubbio nessuno, ma poi?...» e qui una reticenza, ed a chi lo stimolava si spiegasse, aggiungeva con voce grave «poi... faccia Iddio che questo popolo non si levi in troppa superbia, non voglia cose disoneste.... non abusi della vittoria.»

Con queste ed altre somiglianti insinuazioni, ed anco per esser egli gentiluomo, era venuto in grazia de’ grandi, e coll’arti medesime appropriate ai diversi umori che dividevano i cittadini, era generalmente ben veduto, ed avuto in grande stima da tutti, e Niccolò stesso, malgrado la sua vecchia esperienza, e non ostante gli antichi sospetti, s’era ora del tutto rassicurato sul fatto suo, ed interamente si riposava sulla sua fede.

Trovatosi Troilo in piazza questa sera tra il popolo avea fatto come gli altri; gridato, urlato, Battutosi il petto come il più arrabbiato Piagnone, ma insieme era venuto attentamente notando gli atti ed i visi di quelli fra i cittadini che sembrava partecipassero a que’ furori, più per non cader in sospetto del popolo che perchè tale fosse realmente la loro opinione, e quando la turba si cominciava a sciogliere, avendo veduto un cerchiello di giovani fermati un po’ in disparte sotto la loggia dell’Orgagna, fra quali era il Morticino, Alamanno de’ Pazzi, Daniele degli Alberti, Giannozzo de’ Nerli e molti altri de’ primi di Firenze, ch’eran di quegli appunto ch’egli andava sobillando, s’era accostato a loro, e dopo molti ragionamenti coi quali magnificava l’ardito proposito d’andare a combattere, e si protestava pronto a morir mille volte per la libertà, faceva poi intendere destramente che maggior gloria sarebbe stata a’ grandi l’abbracciar questo partito, che ai popolani: poichè vincendosi lo stato rimaneva in balìa de’ popolani, e perdendosi, o i nemici, espugnata la città, l’avrebber posta a sacco, ed i ricchi perdean più de’ poveri; o si veniva agli accordi, ed ai ricchi sarebbe toccato pagar le taglie che senza dubbio verrebbon poste a’ cittadini per punire una troppo ostinata e pazza difesa, onde a ogni modo i grandi ci perdevano, ed il popolo ci veniva ad acquistare: e finiva dicendo: «Tanto maggior virtù sarà per voi il combattere!»

Ma quei giovani, conoscendo ch’egli diceva il vero, ed a fronte del danno, poco curandosi di tanta virtù, stavano ingrugnati senza rispondere, e Troilo in cuore godeva, vedendo così ben riuscirgli le sue malizie.

Questi suoi aggiramenti furon molti più che non si scrivono, bastandoci aver accennato quali fossero il suo animo e le sue frodi.

Uscito egli dunque di piazza, e venuto al Ponte Vecchio, che già era notte, si condusse al palazzo di Malatesta. Le bocche delle vicine strade, e quella di Via Maggiore, di dove era venuto, eran prese dalle guardie, che riconosciutolo lo lasciaron passare, e, giunto al portone, che trovò chiuso e guardato da molti soldati, fu messo dentro, e s’avviò per cercare di maestro Barlaam, che soleva segretamente introdurlo da Malatesta.

Attraversando il cortile illuminato da molte torce vide nel lato, in fondo, e collocato in modo che dal portone aperto potesse vedersi anco da chi passava in istrada, vide, dico, un asino sparato, ed appiccato pei piè di dietro, come s’usa de’ vitelli e de’ manzi ne’ macelli.