CAPITOLO XXVII.


Nessuno de’ tre non rispose alle suggestive parole di Troilo; chè quelle vecchie volpi poco si fidavan tra loro, e sapevano che non sempre i padroni vogliono che si parli tanto sicuramente delle loro ribalderie, anche tra quegl’intimi che sono pur incaricati d’eseguirle. Onde Baccio, dando una voltata al discorso, diceva:

—A buon conto, del Ferruccio siam liberi, che potea nuocer tanto... io ho scritto la morte del principe a S. Beatitudine, cui dorrà grandemente, son certo, d’un così valoroso signore; ma dacchè la volontà d’Iddio[59] e le sorti della guerra l’hanno tolto di questa vita.... da quel sant’uomo ch’egli è, comporterà in pace una tanta sventura....—

—Ma non siam ancor liberi d’ogni sospetto,.... sig. Malatesta (disse quasi raccomandandosi), qui è tempo di star desti, ed all’erta.... pensiamo che gli imperiali, ora che il principe, e D. Ferrante, come nuovo capitano, non ha grande autorità, pensiamo, per amor di Dio, non abbia a succedere qualche strano scherzo... che ad ogni poco d’occasione quelle genti potrebbero abbottinarsi a voler dar l’assalto, e dove riuscissero, trattar Firenze, come Roma tre anni sono. E se noi dessimo Firenze saccheggiata a S. Beatitudine, sapete che grado ce n’avrebbe.... E potrebbe anco avvenire che l’esercito ributtato dalle mura si risolvesse e s’andasse con Dio, che sarebbe mal peggiore; perchè bisogna pensarvi.—

—E’ par che non ci pensi! rispose Malatesta con impazienza. Orsù, voi, messer Baccio, tornate in campo più presto che voi potete, e fate di trattener quelle genti col dire, che non si vuol in Firenze sentir parlar d’accordi;.... così i soldati spereranno sul sacco, e finchè speran sovr’esso non faranno movimento nessuno. E di questi arrabbiati lasciatene il pensiero a me. E tu, Troilo, e voi, messer Benedetto, pensate che il tempo stringe, e che è venuto il momento di raccogliere il frutto delle vostre fatiche e de’ vostri pericoli. Trovate Cencio e gli altri, e mettetevi in moto, chè ora è tempo rannodar que’ giovani che hanno que’ bei ducati e non li voglion perdere.... io so quel che mi dico.... su loro e non su altri si dee far fondamento. Voi sapete quel che avete loro a promettere.... fate che a me si uniscano ed a me faccian capo.... Eh! soggiungeva poi scrollando il capo e sorridendo, di questi furori di libertà n’ho veduti a guarir parecchi, o coll’oro, o col timore di perderlo!.... e quel vecchione di Niccolò debb’essere d’una pasta diversa d’ogni altro, per dio! che e’ dicono di fiorini egli n’abbia piene le cantine, eppure non si cura di nulla,... su di esso non è da far conto, non è egli vero?—

—Oh! disse Troilo con quel viso di chi ode dire la maggiore stravaganza del mondo. Oh! quanto a Niccolò, se non avete altro moccolo, anderete a letto all’oscuro.... figuratevi! Nemmeno a discorrerne.—

Al Nobili, udendo di quelle cantine piene di fiorini, era venuta l’acqua alla bocca, e

—Per l’amor di Dio, disse, che non succeda il sacco!... Già vi ricorderete, messer Baccio, che sul fatto di Niccolò siam d’accordo... e dacchè ora sembra si venga allo stringere, ho caro rammentarvelo... per dirvela com’è, a far quel che vuole il signor Malatesta, e rannodare, com’egli dice, questa setta de’ grandi, in questi momenti,... non si scherza!... se nulla nulla si cadesse in sospetto, ne va la vita.... io son contento porla a questo rischio, ma a cose finite poi ricordatevi....—