Era costì apparecchiato quel suo cavallo bianco, quel turco che comprò dall’Albanese: vi salse, e colla spada ignuda si mosse egli con quattordici bandiere e facea l’antiguardo; il retroguardo eran quindici, guidati dal sig. Gian Paolo. Io venivo con questi e seguivo Amico d’Arsoli, e Fanfulla andava col Ferruccio.
Venne intanto di Gavinana l’avviso che gl’imperiali eran molti più di noi, e li guidava il principe in persona. Dice Fanfulla, che Ferruccio udito questo non potè tenersi di non esclamare: «Ah traditor Malatesta!» chè non si potea supporre volesse l’Orange lasciar cotanto sprovvisto il campo sotto Firenze, se non fosse stato sicuro di non venir molestato da Malatesta.
Forse in cuor suo dubitò allora Ferruccio della giornata, ma al di fuori mostrandosi pieno di baldanza s’affrettò a giungere a Gavinana.
Noi altri intanto coi cavalli del retroguardo prendemmo un po’ al disotto a destra della terra, per andar contro quelli del principe, e camminando quanto più si poteva veloci e serrati (chè son luoghi ove a maneggiar uomini d’arme è cosa malagevole) udivamo nell’interno del castello le archibugiate, e le grida della zuffa attaccata già dal Commissario. Allora anche noi, avanti, per venir alle mani, e passammo quel piccol torrente che v’è. Di là tra castagni v’era un po’ di largo, e così ci urtammo coi cavalli del Bicherini, con Herrera e Rosciale, e l’Albanese co’ suoi stradiotti, e non fummo mescolati mezz’ora che, ajutati dagli archibusieri che avevam con noi, li cominciammo a ributtare, ed essi non troppo ordinatamente venivan perdendo terreno.
Non per dir che ci fossi anch’io, ma s’è fatto il potere, ed il sig. Amico, povero vecchio, combattè quel giorno com’avesse venticinqu’anni. Così sempre serrando i nemici girammo intorno alle mura, e venimmo a riuscire dall’altra parte della terra, in quel luogo che si chiama Vecchietto, ove gl’imperiali cominciarono sparpagliati a fuggire: il principe vedendo i brutti portamenti de’ suoi si spinse innanzi in que’ campi che dicon le Vergini: di qua, di là dal castello, da ogni parte veniva in quel luogo una grandine d’archibugiate, ma egli, da quel franco signore ch’egli era, niente, e avanti! e in quella che s’avventa al Masi colla spada in alto, lo vedo piegarsi da un lato, e poi giù disteso in terra: sul primo pochi de’ suoi se ne avvidero, chè il fumo occupava ogni cosa.... ma a un tratto, ecco il suo cavallo, un bel bajo, tutto coperto di cojame bianco, venir giù a salti sbuffando che parea un leone, e passar come un razzo, e sparir nel folto del castagneto rompendo e fracassando rami e quanto trovava.,.. Per que’ suoi poltroni fu come avessero veduto il demonio, ed invece di scagliarsi alla vendetta, via tutti a rotta di collo verso Pistoja, e i nostri dietro, e gridavam Vittoria da farci scoppiar la canna, chè il Ferruccio udì le grida di dietro e credette aver vinto.
L’Arsoli allora tutto ansante, fulminando per gli occhi l’allegrezza della vittoria, disse a me e ad un altro «Presto, addietro alla porta Papiniana, e se il Commissario può darmi 50 cavalli, fateli passar qui affinchè ributtino quelli che volessero girar la mura e coglier i nostri alle spalle, mentre io seguito costoro che fuggono» Diede di sproni e via di carriera, e noi addietro come saette; ben conoscevo quanto importasse far presto, chè vedevo comparir lontane molte bandiere di lanzi, intere e ordinate all’assalto. Mentre galoppiamo per que’ greppi, fu a un tratto come la terra mi si sfondasse sotto, e ’l cavallo ed io sottosopra, giù pel pendìo tra i cespugli e le macchie finchè ci fermammo in un cavo, io sotto, lui addosso, immobile, e la gamba ritta che avevo presa la sentii a un tratto tutta molle e calda, era il sangue del cavallo che, trapassato da una palla, credo morisse per aria. E non mi potevo nè movere, nè ajutare, e sentivo mancarmi l’anelito, nè potevo capir perchè, avendo solo una gamba presa sotto; riflettendovi dopo, credo che nel momento appunto ch’io caddi mi dovette passar dappresso al viso due dita, una palla di cannone, e sapete che ciò basta a levar il respiro per un pezzo.
Io puntavo le mani qua e là, e mi sforzavo di riaver la mia gamba, ma tutto era inutile, e mi toccò aver pazienza. Intanto il mio compagno era giunto al Commissario, e Fanfulla venne comandato per guidar que’ 50 cavalli ove aveva detto l’Arsoli. Li vidi venire, e formarsi in battaglia in un largo che mi stava sopra a pochi passi, di dove ero caduto, loro non vedevan me, chè ero ficcato fra i cespugli, e gridare non potevo; io li osservavo, ed ho potuto allora conoscere che conto fa qui il nostro Fanfulla dell’archibusate. Figuratevi ch’egli era col cavallo dinanzi la fila de’ suoi uomini, e sentivo che, vedendo certi soldati giovani far gobbe le spalle al fischiar delle palle, diceva «Animo ragazzi, non è nulla, quelle che fischiano son già passate» e inforcato, ritto fra gli arcioni, pareva fosse sulla piazza d’un alloggiamento a far scuola a’ soldati, e non in battaglia, e veniva loro dando molti insegnamenti, ed in quella il suo cavallo toccò un’archibusata di striscio in una spalla e si piegò tutto da un lato, ed egli serio serio, senza scomporsi, diceva facendolo muover di passo «Quand’un s’accorge che il cavallo è ferito, è regola di non lo lasciar fermo; sente più il dolore, se un nervo è offeso si può irrigidire: si fa muovere pianamente, così, e venirlo toccando un po’ di sprone.»
A queste parole Fanfulla disse sorridendo:
—Che volete? vedevo certi giovani di prima barba, che quel psst delle palle vicin all’orecchie pareva li disturbasse, e volevo che capissero che non è da farne caso.... n’ho sentite tante io, eppur son qui ancora.—