Niccolò e gli altri sorrisero così un poco, e Lamberto proseguiva:
—Insomma, non ci fu mai verso di riaver la mia gamba, che oramai mi doleva forte e la sentivo tutta intormentita, e dubitavo fosse rotta: e quando mi pareva mi tornasse in petto tanto fiato da poter chiamare in mio ajuto, ecco venir di verso Gavinana un balestriere correndo, e richiamando addietro Fanfulla e la sua gente in ajuto del Commissario, chè que’ lanzi veduti da noi poco prima, invece di prender di sotto, avean imboccata la porta Peciana, e rinnovata nella terra la battaglia colle genti del Ferruccio, stanche dal lungo combattere con quelle del Maramaldo, che aveano sconfitte. Io vidi partir Fanfulla e dovetti rimaner così senza poter far altro, e poco dopo sentii nel castello levarsi un tremendo grido, con tanto spesseggiar d’archibusate che pareva un tuono continuo e che la terra s’aprisse, ed io mi disperavo di non poter ajutar in nulla.
Poi, dopo un’ora, a poco a poco si fecero meno spessi i tiri, e sempre più diradandosi finiron poi affatto, e solo sentivo nel castello un ronzìo cupo come in un nido di calabroni: a sera poi capitò Fanfulla, che m’ajutò; egli vi potrà dire come andassero le cose dentro la terra, chè vide tutto.
—Così non avessi veduto! disse Fanfulla. Quando venni richiamato addietro.... Eh! badate ch’io non so discorrere come Lamberto, e ve la narro come posso.... Quando dunque giungemmo alla porta Papiniana, feci scavalcar ognuno.... per quelle vie torte e strette, meglio su due gambe che su quattro, dico io.... Dunque a piedi, colle picche innanzi, e ben serrati, eccoci in piazza. Che volevate vedere? I morti a mucchi, il sangue a rigagnoli per tutto, come l’acque ne’ temporali: e dalla via che mette a porta Peciana era già sboccata la prima bandiera de’ lanzi, e tutta la strada, che sale un poco, si vedea piena zeppa di picche, e venivan avanti da maladetti. Il Commissario, tutto già ferito e pesto, che fa? la gente sua era in gran parte morta o ferita. Arrendersi? sì, le zucche fresche!... si chiama attorno tutti i capitani e caporali, ne fa una fila, e tutti insieme a capo sotto, dentro in quella battaglia di lanzi! E lui vi s’era buttato il primo, vedete! E al capitan Goro, che volle passargli innanzi per riparargli la persona, afferrò un braccio ruggendo com’una fiera, e lo tirò addietro. Eh! è un pezzo che vedo picchiare, e ho visto picchiare davvero più d’una volta, ma un cozzo come quello che diede il nostro squadrone (chè c’eravamo uniti anche noi agli altri) nella fila dei lanzi, in quarant’anni, per la Madonna, è stato il primo!
E sotto! tutti co’ denti serrati, che quasi non si vedea lume, si lavorava co’ pugnali e co’ coltelli, e talvolta ad afferrarsi e lottare, e andar sottosopra, e rialzarsi, e più se n’ammazzava, e più ne ricompariva, e tanto pensavo uscirne vivo, come esser fatto papa.... Presto eran per mancarci proprio le forze di reggerci in piedi non che di combattere.... era un caldo! e l’armatura parea foco espresso.... Allora l’Orsino, che sempre era accanto al Ferruccio, e lo vedeva ansante, pieno di sudore, di polvere, e gocciolava sangue per tutto, sento che gli dice «Non ci vogliamo arrendere sig. Commissario?»
—No! grida lui con un urlo strozzato, e parve che gli tornassero le forze a un tratto, e si caccia, più diavolo che mai, nel folto dei lanzi, che cominciano a tentennare. Figuratevi noi allora! Ci scagliamo come mastini, e mena, e spingi, e avanti, ributtandoci, a viva forza, scavalcando cadaveri, e tutti imbrodolati di sangue, riuscimmo a un tratto fuor di porta, e vistomi all’aperto m’accorsi che avevam rotti i lanzi, chè a dirvela, per quella via stretta non ci vedevo più, e non sapevo dov’ero, e mi sentivo la testa intronata, chè n’avevo toccata una sul capo, e ’l sangue mi velava la vista. Basta, fuori che fummo si fece un po’ di largo, mi nettai un po’ gli occhi, ed i nemici aprendosi alquanto, vidi il Commissario cacciarsi in una casetta vicino alla cappella delle vergini, e io dietrogli, e dico: «Finchè ne vuoi tu ne voglio anch’io.»
E costì da capo ricominciamo a sonare,.... ma eram rimasti una decina e non più, e ora ne cadeva uno or un altro, ma senza rinculare un passo, e si combatteva sull’uscio, alla fine, eran più di cento che spingevano, e di peso ci portaron dentro, e ci montaron addosso, che ognun di noi n’avea quattro alla vita; allora il Ferruccio, che pel sangue perduto e la stanchezza era venuto a terra e non potea più muover gambe nè braccia, e non parea vivo che dal fulminar degli occhi e dal ruggito che gli usciva tratto tratto di gola, povero signore!.... fu preso da uno spagnuolo, e io da un altro, e così finì; eramo quattro vivi.
Quello spagnuolo che ebbe il Ferruccio voleva nasconderlo, ma venne un ordine di Maramaldo che gli fosse condotto. Lo misero a sedere su due picche in croce, e lo portarono in piazza.