CAPITOLO XXVIII.
La notte che tenne dietro a questa torbida giornata fu pe’ Fiorentini piena d’inquietudine, di sospetti e d’apparecchi, nell’aspettazione de’ gravi casi che essi prevedevano per l’indomani. In quell’ore stesse ove, particolarmente ne’ gran caldi, suole il sonno vincere ogni cura e la memoria di ogni travaglio, Firenze rimase desta. A girar per le strade non s’incontrava persona, ma il chiarore che traspariva qua e là dalle finestre, i rumori, le voci che s’udivano nell’interno delle case, assai mostravano che quel disgraziato popolo sentiva appressarsi l’ultima scena della lunga e sanguinosa tragedia, e nelle sue viscere ribollivan più fervidi gli umori e le passioni di parte, le speranze, i desiderj, vicini ormai ad essere irremissibilmente appagati o delusi.
Il popolo minuto, la maggior parte cioè de’ cittadini, che in cotali casi suole operar sempre con prontezza e lealtà, senza secondi fini e senza raggiri, e per questo appunto viene spesso a pagar lo scotto a pro degl’ipocriti o degli astuti, si preparava in quell’ore notturne a venir francamente l’indomani all’ultima prova dell’armi, sperando vittoria, e rassegnandosi a comprarla colla vita di molti.
Bello ed augusto spettacolo sarebbe stato a poter penetrare il segreto delle povere case popolane, veder gli apparecchi di quel gran sacrificio. Veder quegli uomini disporsi tranquilli a morir per la patria, ed a quali patti? con quali speranze? di mutar sorte, e divenir ricchi vincendo? No: il loro stato, ben lo sapevano, non potea cambiarsi, la povertà e la fatica eran la parte che loro sarebbe toccata dopo, come prima. Ma non facean questi calcoli, neppur li pensavano; essi amavan la patria, come s’ama una madre, l’amavan d’amore, era stato per loro il primo pensiero dell’infanzia, dovea esser l’ultimo della vecchiaja, essi davan la vita per lei con quel cuore stesso con che un’amante la spende per l’amata, senza cercare altro premio che la gioja stessa di morire per salvarla.
Quali e quanto fervide saranno state in quella notte le preghiere delle madri e delle spose! Quante lagrime sparse in segreto! Quanti voti, quante promesse a Dio d’anime innocenti e cadute d’ogni speranza che non fosse in Lui! La fantasia si smarrisce immaginando l’infinita varietà di casi che dovea offrire l’interno di tante famiglie, pensando i severi conforti de’ vecchi, l’animoso e confidente sperare de’ giovani, l’onorato ed irremovibil proposito di tutti; ma il cuore si stringe considerando poi che in quell’ore istesse v’eran in Firenze cittadini che vegliavan disegnando come potessero scampar soli dal comune naufragio, redimere la loro vita a prezzo di tradimenti, le loro ricchezze a prezzo del sangue o della libertà de’ loro fratelli.
V’eran pur troppo costoro, ed eran la setta dei grandi, quella di che facea capitale Malatesta, e che Troilo ed il Nobili avean avuto, come vedemmo, l’incarico di sollevare.
Essi ebbero a durarvi poca fatica, chè oramai le cose eran mature, ed il privato interesse poteva più d’ogn’altro rispetto in uomini che, sul primo, s’eran però mostrati pronti ed accesi pel comun bene. Ma essi eran ricchi; avean che perdere, e Niccolò dubitando di loro, non avea preso errore.
Troilo ed il Nobili, lasciato Malatesta, venner dunque raggirandosi, e trovando uno ad uno quei grandi; e, come portava l’occasione, con parole e promesse più aperte riuscirono a staccarli affatto dalla causa del popolo e risolversi a quegli estremi partiti, che presero poi di fatti, e furon cagione dell’ultima rovina della città.
Passata così quella notte, l’alba desiderata, o temuta, ma sicuramente spiata da tanti, appariva finalmente chiara e limpida dietro i poggi dell’Incontro e di Vallombrosa. Quando i suoi raggi cominciarono a penetrar nelle case, e ad esser visibili malgrado la luce rossiccia de’ lumi, si fece in ogni famiglia quasi un’ultima dipartenza, successero gli abbracci, i pianti, i caldi e rapidi colloquj delle mogli, le benedizioni de’ vecchj e de’ padri, ed a poco a poco si sparse un rombo per la città, un rumor cupo, di voci, di passi, di porte che s’aprivano e serravano a furia, ed uscendo i cittadini armati dalle case, per raccogliersi ai loro gonfaloni, ricambiavan l’ultimo addio, l’ultime occhiate co’ loro congiunti, colle donne, co’ bambini che lasciavan lacrimosi sugli usci.