A levata di sole la piazza era già, non meno del giorno innanzi, calcata di popolo, ed i Signori radunati in consiglio, quando si vide di verso Vacchereccia giungere una compagnia d’uomini a cavallo, alla cui testa veniva Cencio Guercio e si drizzava al Palagio. Giunto al portone fra l’ondeggiare ed un non troppo amico mormorare della folla, scavalcò; e salito nella sala ov’era radunata la pratica, espose con arroganti parole il messo pel quale era stato mandato da Malatesta.

Il traditore neppur in quella notte non avea perduto tempo, e conoscendo l’universale repugnante più che mai agli accordi, ed acceso invece a tentar ancora il combattere, avea mandato in campo a Don Ferrante Cencio sopraddetto, con un altro, i quali ne eran ritornati con una bozza di capitoli pei quali, in sostanza, venissero bensì rimessi i Medici, ma rimanesse però libera la città.

Con questa bozza venne dunque Cencio ai Signori, dicendo: «come Malatesta li confortava accettarla, e gli ammoniva, dacchè eran pure spacciate le cose loro, non volessero l’intero esterminio di Firenze, moltiplicando poi parole di tanta alterigia, che il gonfaloniere fu per fargli metter le mani addosso.» Tardi avvedutasi la Signoria dell’error suo nel commettersi alla fede di quel ribaldo, che ora tanto sfacciatamente scopriva il suo tradimento, udendo anche il rumore che s’era levato in piazza, e le grida del popolo che chiedeva battaglia, diede con altrettali e più superbe parole commiato a Cencio, imponendogli, dicesse a Malatesta (trascriviamo il Varchi) «Che la Pratica per ispraticare oggimai questa tante volte proposta, e determinata consulta, aveva di nuovo per ultima risoluzione deliberato, che onninamente si combattesse; il perchè essi come Signori gli comandavano, e come cittadini lo pregavano per l’onor suo e per la salvezza loro che desse ordine a cavar fuori i suoi soldati, perchè eglino dalla parte loro erano preparati, ed aveano preste e in punto tutte le cose da lui chieste e dimandate, e qualcuna di più.»

Malatesta intanto, tutto pieno d’ansia e di sospetti, moltiplicando intorno a se le guardie dei suoi perugini e de’ soldati côrsi che gli eran devoti, aspettava la risposta di Palagio, ora bravando, ora promettendo a’ suoi, e raccomandandosi gli tenessero il fermo. Quando Cencio gli ebbe riferito le parole de’ Signori, conosciuto non rimanergli altro scampo, si risolse, com’avea disegnato, domandar licenza, e dimettersi dal grado di capitan generale prima che ubbidire a quel comando, chè potea fargli perder il frutto di tante frodi: non ch’egli credesse la sua licenza venisse accettata, sperava al contrario vincer così la costanza de’ Fiorentini, e costringerli, trovandosi senza capitano, a calare agli accordi.

Egli dunque scrisse una lunga lettera alla Signoria con parole e ragioni oscure ed avviluppate (chè di chiare e schiette non ne avea) sforzandosi mostrare aver egli onoratamente e con fede adempiuto all’ufficio di capitano, e dato ogni opera affinchè la città si liberasse di quell’assedio, il fatto aver dimostrato che il suo consiglio di non uscire a combattere era stato buono, ed a quello più che mai volersi attenere, ora che per le tante perdite erano sceme le forze de’ cittadini, e di troppo inferiori a quelle degl’inimici; non potergli patir l’animo di concorrere egli alla rovina di così nobile città, seguendo l’opposta opinione, e dacchè pure le loro Signorie avean deliberato mandarla ad effetto, voler piuttosto domandar buona licenza, lasciar l’ufficio, e partirsi.

Stefano Colonna, al quale Malatesta molto umilmente si raccomandò quel giorno onde non gli facesse contro e l’ajutasse, s’accomodò piuttosto a favorirlo, o perchè così gli fosse stato commesso dal re di Francia, del quale era soldato, o per qualsivoglia altra cagione: il fatto sta che a questa protesta anch’egli appose la sua firma, ed appena scritta la mandarono in Palagio.

L’indegnazione e lo sdegno che si destò tra’ Signori nel leggerla, e nel veder ormai tanto aperto il vituperato animo di quel traditore, è cosa impossibile a dirsi; e senza frapporre indugio, tutti bollenti d’ira, posero il partito, ed a tutte fave nere lo vinsero, che s’accettasse la licenza di Malatesta; venne tosto scritta una risposta nella quale, senza scendere a recriminazioni ed a lagnanze, che mal poteano stare colla dignità della repubblica, gli si accordava però la sua domanda con parole troppo più onorevoli che egli non avrebbe meritate.

Andreolo Niccolini e Francesco Zati, ambedue commissarj, ebbero il carico di portar questo scritto a Malatesta, e condussero con loro Leo Paolo da Calignano, notajo, chè ne facesse pubblica fede.

Il popolo, che aspettava impaziente il fine di quelle pratiche, vide accostarsi al portone del palazzo tre muletti condotti dai tavolaccini della Signoria, e poco stante comparvero i Commissarj sopraddetti, e montati a cavallo s’avviarono con due mazzieri innanzi, tra il bisbiglio della folla, ove già correva la voce dell’importante e strana commissione alla quale venivan mandati. Giunsero al capo di via Maggio, ov’eran le prime guardie di Malatesta, che s’aprirono per lasciarli passare, ma con brutte parole ed occhiate in cagnesco davan loro indizio dell’accoglienza ch’eran per ricevere dal capitano. Scavalcati finalmente in cortile, salirono, e lo trovarono nella sala ove era solito dar le udienze, seduto su un seggiolone, circondato dalle sue lance spezzate, con un viso stravolto ed altiero, che non mutò al giungere de’ Commissarj, ed appena con un piccol moto del capo corrispose al loro saluto.