Se questi non si sbigottirono trovandosi nelle mani di tanti, che a quel punto ben potean dirsi nemici, vedendo i visi di que’ suoi ribaldi tanto volti al male, e sapendo qual messo arrecavano, convien dire, che assai fossero d’animo sicuro. Si disposero ad adempiere arditamente al loro ufficio, ed il Niccolini, cavato fuori lo scritto, cominciò a leggerlo ad alta voce.
Ma non ebbe appena profferite le prime parole, che Malatesta alzandosi furibondo gli corse addosso, e sguainato il pugnale lo ferì malamente in più parti, e l’avrebbe ucciso se le sue lance stesse, considerando l’enormità del caso, e temendone forse ancor più le conseguenze, non gliel’avessero levato di mano; ovvero, se la debolezza del suo braccio non avesse reso i colpi mal sicuri e di poca offesa. Allo Zati, veduto il compagno a questi termini, fallì un momento l’ardire, e domandò la vita a Malatesta, che accecato dall’ira, anche a lui s’avventava, e che pur si rattenne dal manometterlo.
A quel tumulto si levò il rumore grandissimo per tutta la casa, nel cortile ed in istrada, e dai soldati (che in quell’età ad ogni poca d’occasione, pensavano subito a far bottino) venner tolte le mazze d’argento de’ mazzieri, le mule, e perfin la cappa del ferito Commissario, che tolto di là da Alamanno De’ Pazzi fu amorevolmente soccorso e fatto medicare. Intanto Malatesta, che il furore, la rabbia, il sospetto di dover in un punto rinunziare a tante speranze, avean tratto di senno, s’aggirava fulminando; e gridava «Non esser Firenze stalla da muli, e voler egli salvarla a dispetto de’ traditori.»
Il disordine e le grida duravano grandissime, ed era ormai palese ad ognuno esser le cose condotte a tal estremo, che la forza sola avrebbe deciso chi dovesse rimaner signore di Firenze, il Palagio o Malatesta; e questi non ebbe tanto offuscato dall’ira l’intelletto da non comprendere ch’era tempo non di parole e braverie, ma di pronto ed animoso operare.
Erano intanto ritornati in piazza lo Zati, il notajo, co’ mazzieri svaligiati, e tutti disordinati ne’ panni e nella persona, ed il popolo maravigliato li vide passare per entrare in Palagio, e saputo appena l’accaduto, si levò un ruggito d’ira e grida di vendetta tanto smisurate che ne rimbombaron i monti e la valle dell’Arno, ed il gonfaloniere insuperbito, e giurando di voler vendicar a ogni modo l’offesa repubblica, gridava a’ suoi sergenti gli venisser arrecate l’armi e preparato il cavallo, onde, alla testa di tutto il popolo, andar contro Malatesta, e veder, com’egli diceva, se un traditore potesse star solo contro tutta Firenze. L’ordine fu eseguito in un baleno: venner l’arme, venne al portone un gran palafreno da lancia, bardato, e tutto sparso de’ gigli fiorentini; ed il popolo a quest’apparecchi si metteva in ordine anch’esso a furia, e si vedeva la turba agitarsi, dividersi, ravvolgersi in sè stessa, correndo ognuno a schierarsi sotto il suo gonfalone, preparando l’armi, accendendo, gli uni dagli altri, le funi degli archibusi, ed a quest’armeggio s’udiva un fremer cupo ed incalzante di voci che rassomigliava alla romba sotterranea foriera del terremoto. Ad accrescer e superar tanto frastuono s’aggiungevano a un tratto i tocchi della campana grossa, che in pari circostanze aveva molte volte battute l’ultime ore de’ traditori; le sonore, profonde oscillazioni del bronzo percosso, piovendo dall’alto sulla turba, vibravano in ogni cuore, v’accendevan nuove faville, come suole fare ai cavalli in battaglia lo squillar delle trombe, chè quel suono, in così fatto punto, ed in così estremo pericolo, non pareva se non la voce stessa della patria che chiamasse i suoi figli, e implorasse ajuto.
Fra i gonfaloni de’ quartieri che disposti intorno alla piazza a larghe distanze ondeggiavano al vento, si notava il Lion d’oro di S. Giovanni, e nella prima fila era Niccolò co’ suoi giovani. Il feroce vecchio, sordo a mille preghiere, al pianto delle figlie, allo sconfortar degli amici, aveva voluto quel giorno trovarsi cogli altri ove eran per decidersi l’ultime sorti di Firenze. Se non col braccio, pensava, ed a ragione, giovar coll’esempio; e qual piede avrebbe potuto arretrarsi, qual cuore vacillare, alla presenza sicura e veneranda d’un tant’uomo?
Deposto il lucco, egli vestiva un lucente giaco di maglia, aveva accanto la spada, in mano una picca, ed invece del cappuccio un cappello di ferro, di sotto al quale gli usciva l’onorata canizie, e coprivagli il collo, mentre sul petto gli scendeva, ugualmente candida e folta, la barba. Il suo busto non più curvo dagli anni, stava eretto sulle reni, e si piantava saldo su due gambe, alquanto aduste ma di valida e bella proporzione: il suo sguardo lampeggiava d’un fuoco di gioventù, ed un insolito vampo gli coloriva le guancie. Malgrado il tumulto e i diversi pensieri che occupavan le menti, molti avevano fissi gli occhi in esso, e se lo mostravan gli uni agli altri, con parole d’affetto, di maraviglia e venerazione mentr’egli immobile volgeva in giro l’occhio tranquillo ed altero nel quale si leggeva un irremovibil proposito, ed intanto l’ombra errante del gonfalone che gli sventolava sul capo, ora lo copriva spegnendo il lampo delle sue armi, ora guizzando lontana le lasciava scintillar di nuovo ai raggi del sole.
Sulla ringhiera di Palagio era intanto comparso il gonfaloniere coperto di tutte armi; e montato a cavallo, si mosse, preceduto dal grande stendardo del popolo, che con bell’ordine, quartier per quartiere, si veniva mettendo in fila per tenergli dietro: le trombe della Signoria sonavano; sonavan le campane di Palagio, e quelle di molte chiese; spesseggiavan le grida di Viva il marzocco! viva il Palagio! Morte ai traditori! Morte a Malatesta! e pareva la terra tremasse percossa da tanti passi, le mura si scuotessero al rombo di tante voci, al suono di ferri che s’urtavano nella calca, al grave rotolare de’ carri d’artiglierie che venivan avviati per Vacchereccia, onde abbattere al bisogno le mura e le porte del palazzo di Malatesta.
Ma prevedendo questi la rovina che stava per venirgli addosso, s’era oramai provveduto dell’ultima e più scellerata difesa che gli avanzasse, ed al tempo stesso della più terribile e sicura che si potesse immaginare, contro la quale il popolo di Firenze non ne avea rimedio. Il traditore avea fatto entrare Porro Stipicciano da Castel di Piero ne’ bastioni con le sue genti, e mandato Margutte da Perugia alla Porta a S. Pier Gattolini, che ruppe e spezzò a furia, cacciandone il capitano Altoviti che l’aveva in guardia, e volgendo al tempo stesso verso la città le artiglierie collocate sul torrione della porta medesima.
Il campo imperiale, avvertito da Malatesta di questi accidenti, s’era intanto levato in arme e si apparecchiava, ad un suo segnale, a scendere ed entrare nella città, e le feroci bande tedesche e spagnuole, agitando le picche, mandavan grida d’allegrezza stimando imminente il sacco di Firenze, i guadagni, le rapine, le uccisioni, gli stupri, la meta infine delle loro lunghe e contrastate speranze.