Rassicurato così Malatesta alle spalle, e forte oramai di tutto l’esercito imperiale, poteva, quanto a sè, ridersi della furia del popolo, ma una gravissima cagione lo sforzava a non spinger le cose all’estremo, e far sì che il popolo si ritraesse senza opporgli gli ajuti di fuori, e pel solo timore de’ medesimi. Questa cagione era il dubbio, anzi la certezza, che entrando tumultuariamente in Firenze le bande del campo, ed appiccando la zuffa in città non venisse questa saccheggiata e distrutta, contro la mente espressa del papa, che la voleva invece intera e piena delle sopravanzate ricchezze.

Malatesta dunque spedì all’incontro delle torme del popolo alcuni suoi uomini, che le trovarono sul Ponte Vecchio, e dissero al gonfaloniere ed ai signori, che se venissero avanti d’un passo, l’intero esercito imperiale sarebbe messo dentro le mura, e da alcuni cittadini, che eran stati testimonj dell’occupazione di porta S. Pier Gattolini, fu confermata la verità del fatto, ed esser oramai in potestà di Malatesta il mandare ad effetto le riferite minacce; ed al tempo stesso, entrando costoro tra i Signori e tra que’ primi del popolo che seguivano, e prendendo le mani or degli uni or degli altri, ed esortando, e pregando, e piangendo, confortavano la turba a ritirarsi, e non voler tentar Iddio e la fortuna in un’impresa ormai disperata, e che non poteva partorire se non la rovina e l’eccidio universale. Ma in que’ petti cotanto accesi non potè lo sdegno dar così tosto luogo alla ragione, ed il messo di Malatesta, eccitando più che mai la generale indegnazione accrebbe la sete di vendetta, e la voglia di muovere all’assalto, più che non la frenasse:, ma furon tante e tali le parole di que’ cittadini che s’erano messi di mezzo, e tanta l’evidenza, che ormai nessuna forza al mondo non poteva salvare quello sventurato popolo, che alla fine il Gonfaloniere e la Signoria, dolenti e disperati d’ogni ajuto, e maledicendo la sorte, la crudeltà del papa, ed i traditori che n’erano stati strumento, diedero pure al popolo il comando di tornar addietro, e sciogliere l’ordinanza.

Quella fermata della testa del popolo sul Ponte Vecchio produsse in tutta la folla un rigurgito, per dir così, nel senso opposto alla direzione che prima seguiva, e si vide correr per essa a mano a mano quel moto ondulato che si comunican tra loro le anella ond’è composto il corpo de’ bruchi, ed al tempo medesimo correva addietro, di bocca in bocca, la voce dell’ostacolo incontrato, e sul primo era ripetuta senza variazioni o commenti, ma poi andando avanti, soffriva di strane trasformazioni, ed alla fine tra un bisbiglio pieno di terrore, e che sempre più incalzava, si veniva da tutti affermando, esser entrati dal lato opposto i nemici in Firenze, e tutto l’Oltrarno venuto già in potere degli imperiali, che avean dato principio all’uccisioni ed al sacco.

Dall’estremo ardire suol facilmente la moltitudine passar all’estremo scoramento, tanto più quando si vede minacciata da un pericolo oscuro, contro il quale non conosce difese, e che perciò appunto viene dalla fantasia fatto maggiore della verità. Alla cura dell’utile comune, succede allora quella delle private cose, e da que’ cittadini che disperavano ormai salvar la patria, occorse più vivo alla mente il pensier delle mogli, de’ figli, della famiglia, ad ognuno sovvenne de’ suoi cari lasciati inermi tra le domestiche mura; ognuno già se li figurava manomessi da tedeschi e dagli spagnoli del campo: correre tosto alla loro difesa fu il pensiero che invase ciascuno, e sciolse in brevi momenti quell’ordinanza cotanto calcata.

Correvan qua e là i cittadini per le strade, per le piazze, pe’ chiassi, parendo a tutti mill’anni riveder l’uscio di casa, e tremando trovarlo già sconficcato, trovar già dentro i soldati imperiali; avean i volti bassi, i petti ansanti, gli occhi lagrimosi, e ciascheduno, secondo la natura sua, o si volgeva a Dio, e con pregare interrotto ne implorava l’ajuto, o l’imprecava con tremende bestemmie; e chi si scagliava contro il papa, chi contro Fra Girolamo, chiamandolo ciurmadore, e maledicendolo per averli ingannati. Ed a poco a poco spargendosi per le case e per le famiglie lo spavento, si levava per tutto un pianto, un lamento di donne, di bambini, e quelle che si trovavan sole in casa, nè vedean ricomparire i loro uomini, avvisandosi d’ogni peggior danno, e che già fossero stati morti, ed insieme udendo le grida ed il pianger delle vicine, uscivan di senno affatto e, tolti a furia in braccio i piccoli bambini, trascinandosi dietro i più grandicelli, che tutti sbigottiti afferravan loro la gonna, venivan fuori delle case, e vagando per le strade, cercavan d’una qualche chiesa per ripararvisi; e deposti sulle predelle degli altari i bambini, colle braccia in croce, e parendo loro ogni tratto sentirsi ne’ capelli le mani de’ soldati, gridavano a Dio misericordia.

Nè a tutte le famiglie, che pur l’avrebber voluto, riusciva ripararsi intere ne’ luoghi santi, chè in molte, come suoi accadere, erano infermi da malattie o da ferite, inchiodati ne’ letti, o vecchi ridotti dagli anni ad una eguale impotenza di muoversi od ajutarsi, ed allora sorgeva un nuovo e più doloroso contrasto tra il desiderio di porre in salvo chi potea fuggire, e l’ambascia di abbandonar soli ed indifesi quelli che sarebbe bisognato trasportar con molte braccia e molto tempo: e da questa varietà d’accidenti ne nacquero atti stupendi di fortezza, di carità, di pietà filiale, ove la prontezza dell’anima aggiunse forze soprannaturali a persone deboli e languenti, e si videro giovani donne riuscire a levarsi in collo o padre, o madre cadenti, e giungere tutte affannate e sfinite a deporli sulle scalee di qualche chiesa, ove da pietose braccia eran raccolti e trasportati a piè degli altari. A fronte di cotesti atti virtuosi, altri se ne videro brutti e nefandi, ed in molte madri lo spavento e la cura de’ figli spegnendo ogni altro affetto, lasciavan le case aperte, ed entrovi abbandonati quelli che non avean forza a seguirle, e talvolta accadde che non da soldati nemici, ma dalla feccia de’ ribaldi della città venisser commesse ruberie ed assassinamenti su quei miseri derelitti.

Ora quelli tra’ cittadini che ritornando in casa la trovavan vota, e fuggita la sbigottita famiglia, si davano a domandarne pel vicinato, a cercarne qua e là per le strade, e ritrovatala, parte rampognando, parte compiangendo l’improvvida fuga, la riducevano di nuovo d’onde s’era partita; chè la città s’era per cura della Signoria un poco rassicurata quanto all’imminenza del sacco, ed era stato posto ad ogni ponte un gonfalone di guardia, per difendersi da chi venisse d’Oltrarno, onde nel cuor di molti l’improvviso terrore avea già dato luogo ad una nuova speranza, e tra’l popolo radunato in piazza, quantunque nè tanto nè così ardito come prima, s’udivan pure di molte voci che di nuovo chiedevan battaglia. Ma ve n’eran anco non pochi chiedenti gli accordi; poi tra cittadini alcuni, che più la patria e la libertà stimavano, che non la vita, concorrendo al marzocco che era sul canto di Palagio, s’abbracciavano a que’ ruvidi macigni che gli servon di base, gli innondavan di lacrime, li coprivan di baci, giuravan voler difender fino all’ultimo quella venerata repubblica, voler morir mille volte prima che disertarla.

Dove potea esser Niccolò se non quivi, se non il primo ed il più infiammato di questi? Poteva egli anche a quest’estremo, ammettere il solo dubbio che Firenze avesse a cadere? Poteva egli credere Fra Girolamo un impostore, le sue profezie una menzogna?

Ritto a piedi del Leone, circondato da’ suoi e da molti cittadini, egli veniva tratto tratto con gravi ed infiammate parole comunicando ad ogni cuore quella fede, quella costanza, che nel suo rimanevano inconcusse, e neppure quando il sole cominciò a declinare all’occidente, e quando alla fine, calato sotto l’orizzonte, cominciarono a comparir le stelle, non volle lasciar quel luogo malgrado le istanze de’ suoi, che non potevan patire avesse a sopportar tanti disagi, e temendo nella notte avessero a succeder nuovi accidenti, od i Palleschi cogliesser l’occasione di far novità e levar il rumore, ricusò ostinato di andarsene a casa, e tratti dal suo esempio, molti cittadini passarono anch’essi in piazza l’ore del sonno. È facile immaginare quali poteron essere per l’universale, quanto dolorose, piene di sospetti, di spavento per i mali estremi che s’aspettavano dall’indomani, e quando, dopo la mezzanotte, un alto silenzio era succeduto a tanto rumore, e non s’udiva in piazza se non i passi delle sentinelle, il lamento de’ gufi appollajati in cima della torre, e di quando in quando il batter delle ore. Niccolò, cedendo alla stanchezza, cominciò a declinar la fronte su un letto composto de’ mantelli de’ suoi figli, e s’addormentò col capo basso alla base del marzocco, mentre essi muti e pensosi vegliavano al suo fianco. Due ore prima di giorno, la luna che era in sul finire, venne a poco a poco mostrandosi pallida e scema sugli edifizj verso oriente, ed illuminò d’una luce alabastrina il volto del vecchio addormentato. Lamberto gli avea tolto pianamente il cappello di ferro, e, per difenderlo dall’umido rezzo della notte, gli avea tirato sul capo il lembo d’uno di que’ mantelli, e l’augusta e placida serenità sparsa sui lineamenti di Niccolò, il suo respirar largo e profondo mostravano che sulla nuda terra, nell’estreme sventure, e tra i maggiori pericoli è pur concesso trovar sonno e riposo all’uomo forte ad incontaminato.... Resta a saper se in quella notte, in quelle ore medesime, l’avranno trovato uguale ne’ loro letti di piuma, di seta e d’oro, Carlo V e Clemente VII.