Un nuovo disordine, preparato però da lunghe macchinazioni, sorgeva intanto ad affrettare e render più dolorosa l’agonia della repubblica.

La setta de’ grandi, risolutasi affatto a staccarsi dal resto del popolo, concorse armata alla prim’alba sulla piazza di S. Spirito, in numero di quattrocento giovani delle prime case di Firenze, «sprezzando» secondo le proprie parole del Varchi «la religione del sagramento, tante volte ed in tanti modi fatto da loro.»

Scelsero codesto luogo per esser prossimo alle case di Malatesta, e poter così soccorrerlo all’uopo, e venire soccorsi: sforzare il Palagio agli accordi, ed averli tali che potessero salvare il loro grado e le loro ricchezze, era il fine al quale tendevano. Corse a questo rumore Bernardo da Verrazzano, Commissario della milizia del quartiere, e si studiò con buone parole ricondurli al dovere, mostrando loro di quanta importanza fosse che in quel pericolo si mantenessero unite le volontà di tutto il popolo, che potrebbe così ottenere capitoli più ragionevoli e confacenti alla comune utilità, ove all’opposto le scissure e le disunioni, dando maggior animo a’ nemici, gli avrebber resi meno trattabili e più insolenti.

Ma furono sparse al vento le sue parole, chè anzi ributtato e minacciato villanamente, mancò poco non venisse ammazzato dal Morticino degli Antinori, che toltolo di mira coll’archibuso, già appressava al draghetto la fune accesa, ed avrebbe dato fuoco, se da’ circostanti non fosse stato rattenuto e ripreso.

Venuta la nuova in Palagio di questo ammutinamento, la Signoria, che oramai navigava per perduta, ed in tanti e così diversi pericoli che la minacciavano non sapeva più che farsi, nè come riparare, spedì pure per tentare ogni prova, il Rosso de’ Buondelmonti, Commissario della milizia di S. Maria Novella, a pregarli che non volessero l’ultimo strazio della repubblica, colle ragioni medesime addotte già senza frutto dal Verrazzano, e che pur senza frutto furono udite per la seconda volta, rispondendo costoro non voler per l’innanzi riconoscere altra signoria nè altro signore che Malatesta.

Disperatosi allora il Buondelmonti di potere svolger costoro, a lui si condusse pregandolo, per parte della Signoria, volesse colla sua autorità far partire que’ giovani da S. Spirito, e se questa domanda gli venisse accordata, lo può immaginare il lettore; chè anzi già avea mandato Malatesta a que’ cittadini abbindolandoli colle solite promesse d’uno stato di pochi, quale essi desideravano, e profferendosi pronto ad ajutarli e sostenerli, ed al Commissario della Signoria, disse alla fine aperto, ch’egli stava con quelli di S. Spirito e non conosceva altri che loro.

Questa ribellione de’ grandi, quantunque pel loro scarso numero non paresse cosa di tanta importanza, fu però il colpo che dopo altri mille decise finalmente la caduta della repubblica di Firenze; nel modo istesso che ad abbattere un’antica e ben radicata quercia, quando pel lavoro di molte scuri tentenni già recisa sul calcio, basta alla fine un urto leggero.

Vennero in piazza i giovani di S. Spirito fatti oramai sicuri, e crescendo d’insolenza, e s’attelarono in arme sotto la tettoja de’ Pisani, guardando in cagnesco i Piagnoni che avean dirimpetto, schierati sotto la ringhiera, e se, come parve probabile, avessero attaccata la zuffa, sa Iddio a qual rovina sarebbe stata condotta la città: ma l’ordinanza di questi s’era d’assai assottigliata, chè alla sfilata s’eran partiti molti, conoscendo oramai che il più contrastare alla fortuna sarebbe stato di puro danno, e volere, non morire essi per la patria, ma che la patria perisse per loro o per la loro ostinazione.