CAPITOLO XXIX.
Conoscendosi costoro padroni oramai di Firenze, vollero per prima cosa che la Signoria rilasciasse que’ cittadini Palleschi, che fin dal principio dell’assedio erano sostenuti in Palagio; e la Signoria, che dovea ubbidire, non potendo più comandare, li fece tostamente porre in libertà, onde presto furon veduti uscire di Palagio ringraziando i loro liberatori, come poco dopo ringraziaron Malatesta, recandosi a fargli riverenza.
Il Busini, che era presente a quel fatto, e stava con que’ pochi Piagnoni superstiti, desideroso più di morire che di vivere, narra, in una delle sue lettere al Varchi, che costoro avendo, durante la prigionia, trasandata ogni cura della persona, apparvero con lunghe barbe, e rassomigliavano ai romiti della Falterona.
Ora dunque i Signori, non conoscendovi più rimedio, sforzati dalla necessità, dalla violenza dei nobili, e rimasti oramai abbandonati a se soli, dovettero alla fine risolversi a cedere; e, radunato il consiglio degli Ottanta nella sala grande di Palagio, in quella stessa, che per opera di Fra Girolamo era stata disposta pel consiglio maggiore; in quella, ove alcuni anni dopo il Vasari dipinse in tante storie le battaglie che ribadiron poi la servitù fiorentina; radunato, dico, il consiglio, pieno di quel lutto, di quel dolor tacito e profondo che assai si può immaginare, elessero quattro ambasciadori a Don Ferrante colla commissione d’accordarsi, salva però sempre la libertà fiorentina.
Questa clausola sola parrà al lettore una derisione amara, ed il progresso del tempo mostrò, che il suo giudizio non erra: ma è nell’indole umana l’attenersi con grandissima ostinazione alle parole allorquando vien meno la realtà da esse significata.
Partirono gli ambasciatori, si condussero alla villa Guicciardini, detta la Bugia, ove alloggiava Baccio Valori, e venuti a parlamento con esso e con D. Ferrante, dopo lunga discussione, fermarono i capitoli della resa, e tornarono con essi, che già era fatta notte, in Firenze.
Niccolò, quantunque abbandonato quasi da tutti, era sempre rimasto in piazza, al luogo medesimo. Quando gli fu annunciato che tutto era finito, estinta ogni speranza, e Firenze venuta finalmente alle mani de’ Palleschi, provò quel dolore che supera ogni altro dolore, e non è da mettersi a confronto nè colla perdita de’ beni, nè con quella della vita, e neppur della libertà, nascendo da una perdita assai più tremenda per l’uomo, quella d’una fede nutrita, tenuta infallibile e santa pel corso dell’intera vita. Scoprir traditore l’amico dell’infanzia, è forse il solo dolore che a questo s’avvicini.
Chi può immaginare, non che descrivere, lo sconvolgimento tremendo che dovette operarsi nell’animo del vecchio popolano, quando a un tratto, quasi allo squarciarsi d’un velo, sentì nascersi il dubbio che Fra Girolamo gli avesse ingannati?
A novant’anni s’avvide l’infelice vecchio che egli ancor non conosceva tutti i dolori della vita, e mentre i suoi gli stavano attorno confortandolo, e notando con ansia l’istantanea e spaventosa mutazione che appariva nei suoi lineamenti, quella sua fronte, quei suoi occhi, già cotanto sicuri, caddero a terra, il suo volto illividito espresse una così desolata disperazione, che gli astanti temettero un momento non avesse a cader morto allora allora, e con quelle parole e quegli argomenti che alla mente d’ognuno parevan migliori, si studiavano ravvivarlo, mentre piano piano procuravano trascinarlo alla volta di casa.