Riuscirono a condurvelo, passando taciti per quelle strade poco prima tanto riboccanti di popolo, tanto piene di rumori e di grida, ed ora oscure, deserte e taciturne, se non che da quando a quando s’udivan lamenti, pianti soffocati, che sonavan per l’aria senza potersi conoscere d’onde venissero. Quando Niccolò rivide la bruna facciata della sua casa, ove avea vissuto libero tant’anni, e dove oramai gli conveniva viver servo, od uscirne, sentì rinnovarsi più amaro il suo dolore, come accade a chi rivede per la prima volta quelle mura ove visse lungamente con una persona cara, e che la morte abbia rapita per sempre. Nel varcare la soglia, l’androne; nell’entrare nella sua camera sentì opprimersi il cuore come entrasse in una prigione. Trovò le figlie piangenti, che gli si fecero incontro, ed abbracciandolo raddoppiarono il singhiozzare, ed egli, senza nè rispingerle, nè corrispondere a quelle loro mute condoglianze, si venne spogliando l’arme e le gettò a terra lontane, lanciando sovr’esse un ultimo ed amaro sguardo; un altro sguardo gettava in alto a quella nicchia entro la quale stava appesa la tonaca, ed eran collocate le ceneri di Fra Girolamo, e senza torcer le pupille da quelle cose che in cotal momento dovean destar in lui tanta tempesta di pensieri, rimase un buon pezzo fisso, ed alla fine il misero venne alla presenza de’ suoi, che profondamente commossi, e senza osar quasi respirare lo circondavano, pianse, pianse a lungo ed amaramente.
Degli sbagli delle profezie e de’ profeti a tutti si suol dar la colpa fuorchè a loro, chè essendo la fede un affetto del cuore, più che un’operazione dell’intelletto, il cuore s’ostina a serbarla, a difenderla contro gli assalti della ragione, contro l’evidenza stessa, e trattandosi appunto di predizioni non mancano mai appigli per persuadersi, quando gli eventi siano succeduti a rovescio, che la colpa fu di chi non seppe interpretarle, o adempierne le condizioni.
Così Niccolò, che non poteva in un momento abjurare quella fede in Fra Girolamo, che era stata lo spirito animatore di tutta la sua vita, che non poteva in un punto detestare ciò che avea adorato, nè rinunziare in quella terribil prova alla sola consolazione, alla sola speranza che gli avanzasse, disse in cuor suo, mentre s’affissava in quelle reliquie:
—E se i nostri peccati furon tali da renderci immeritevoli della divina misericordia, vorremo, per colmar la misura, perder anco la fede? Ci fu promessa vittoria: ma abbiam noi combattuto? Perchè ritrarci vilmente? Perchè arrenderci? Può forse Iddio ajutare i codardi?... Oh Firenze! nelle tue forze speravi e non in quelle di Dio, ed egli t’ha abbandonata alle tue forze sole! Quare. Quare dubitasti?—
Questi pensieri furon cagione del pianto di Niccolò, ed insieme di rinnovare più salda in lui quella credenza che avea potuto bensì vacillare, ma non mai venire abbattuta, onde, riassumendo nel volto e nella presenza quell’autorità grave e tranquilla, solo per un momento smarrita, disse ai figli, a Lamberto ed a Troilo:
—Figliuoli miei! Ad uomini men forti e di minor fede che voi non siete, le parole che sto per dirvi potriano parere stoltezza, e vacillazioni d’un vecchio.... Ma a voi, che conoscete le promesse fatte da Dio per bocca del suo profeta a questa città, che fidate in esse,... a voi che, la Dio grazia, non conoscete nè viltà nè paura, posso ben dire, anco allorquando da tanti si crede che siam perduti, sì, perdio, posso dirvelo,.... che non siam perduti del tutto nè irremissibilmente. No! che a chi non dispera di Dio, nè di se stesso, sempre avanza una via di salute.... si dovrà dire che tutto il popolo di Firenze, che tante migliaja di cittadini non han più forza nelle braccia, non han più modo a difendersi, e perchè? Perchè piacque ad alcuni codardi disperar della pubblica salute, e darsi in mano a’ nemici dello stato. Perchè quattrocento grandi... (Ah Lamberto! ti ricordi? non te l’avevo io detto?).... vollero calpestare i giuramenti, farsi traditori, per questo non siam più noi? non siam più quelli che eravamo jeri? Le nostr’armi non hanno più nè punta nè taglio? Siam scemati di numero? Son cresciuti i nemici?... Sì, è vero, siam scemati di 400 traditori, e d’altrettanti si sono afforzati i Palleschi.... e non è ella una vergogna, un’infamia, che ciò basti a sbigottire un intero popolo, a fargli cader l’armi di mano?.... Disperi chi vuole! s’arrenda chi vuole, ch’io non dispero e non mi arrendo.... Ah Ferruccio, Ferruccio! ci hai pure insegnato come si combatte! e noi in una terra piena d’armati, con mura salde ed intatte!.... Oh vergogna! vergogna eterna!.... Orsù, non è tempo questo di parole, ma di fatti; l’ore incalzano; la notte s’avanza. Io voglio tentar questa prova, ed Iddio ci ajuterà. Uscite, ed andate per la città cercando de’ nostri, de’ nostri operaj, de’ poveri popolani.... Ah, non son traditori costoro!.... in essi e non ne’ grandi sta la forza della città.... e raduniamci tutti in S. Marco dopo la mezzanotte, e là stabiliremo ciò che ci resti a fare; là vedremo se in Firenze vi sono uomini ancora. Io m’avvio ad aspettarvi, fate che ognuno venga per l’uscio di dietro dell’orto, farò che s’apra a chi dirà S. Marco e libertà. Ora andate, e non perdiamo tempo.—
Gli animosi giovani accettarono con allegrezza il messo, e si mossero, ravvivati dall’idea che vi fosse pur ancora qualcosa da fare. Usciti appena dall’uscio si separarono, andando ognuno verso quelli che avea più in pratica, e sui quali facea maggior fondamento, e Niccolò, lasciando le figlie che piangevano, prevedendo oscuri pericoli e nuovi guai, si condusse anch’esso a S. Marco.
Troilo era uscito cogli altri, mostrandosi più sollecito ed infiammato di tutti. Ma quando si trovò solo (avea preso a caso verso S. Trinita) si fermò un tratto, e scrollando il capo diceva:
—Io dico così che questo vecchio ha indosso il diavolo e la versiera!.... Ed io, che credevo d’esserne fuori finalmente! Ed eccoci da capo!.... Già, finchè non l’abbiam messo a giacere non è contento, e se non troverà pazzi che gli dien retta, è capace d’andar solo con quella sua picca ad affrontar il campo.—