—E tu va e stà di buon animo, rispose Baccio, che di lacciuoli n’ho dovizia, e anche te saprò trarre d’impaccio.... ma (ed alzò il viso ed il dito per dar maggior forza all’ultime parole) giudizio e prudenza.... e pensa che questa sarà l’ultima fatica, e dopo non avrai che a sguazzare e darti buon tempo.—
Troilo uscì brontolando tra’ denti «l’ultima fatica! Non vorrei che avesse ad esser l’ultima daddovero.»
Tuttavia non potendo far altrimenti (chè del Baccio d’ora, signore, si può dir, di Firenze, non poteva farsi beffe, come avea usato col Baccio del campo, quando tutto era ancora in forse, e pieno di pericoli) si rassegnò ad eseguire puntualmente e ad ogni suo rischio quanto gli era stato commesso.
Niccolò intanto, con gran disagio e non senza pericolo, che era un mal andar per le strade in que’ momenti di confusione, s’era condotto alla porteria di S. Marco.
Picchiò in un certo suo particolar modo col quale era solito farsi conoscere; venne il portinajo, che gli domandò di dentro s’egli era solo, ed udito di sì, gli aperse così a mezzo, e con sospetto; e messolo dentro, richiuse in fretta con quante serrature e chiavistelli v’erano. Era costui un vecchio laico, che stava a quell’ufficio fin da’ tempi di Fra Girolamo, uomo semplice, e caldissimo per le cose del convento e della parte Piagnona.
—Scusate, disse, messer Niccolò, s’io v’ho domandato se eri solo, ma ancora mi ricordo delle cose del 98[62], e mi pare che que’ tempi voglian ritornare.... Oh! i flagelli predetti dal nostro santo maestro non son finiti! Iddio abbia pietà di noi....—
—Fatevi animo, Fra Gaudenzio, ch’egli non abbandona se non chi si discosta da Lui, disse Niccolò passando innanzi, ed il vecchio frate giungendo le mani, rispose: «Amen» e gli teneva dietro coll’occhio, notando l’andare lento, stanco ed affannoso di Niccolò, che seguiva il porticato del primo cortile «Povero vecchio!» disse alle fine il frate, e scrollando il capo e sospirando rientrò nella sua cella accanto alla porta. La stanchezza di Niccolò, troppo naturale ad un vecchio di tanta età, battuto, com’egli era, dalle passioni e dai patimenti di quegli ultimi giorni, veniva aumentata quella notte dallo stato dell’atmosfera. Sulla valle dell’Arno e su Firenze si stendevan nuvoli bassi e densi, i quali formando uno strato, e quasi un coperchio, comprimevano l’aria, la tenevano inerte, tantochè non un soffio, non la menoma corrente veniva a ristorare, a ravvivar l’anelito in quella afa morta e pesante. Le lampade del chiostro, che poste a grandi distanze, servivan di guida e di segnali in quell’oscurità, più che non la rischiarassero, avean le loro fiammelle ritte ed immobili, che illuminavan appena un piccol tondo sul muro al quale eran dappresso, o sul pavimento sottoposto, e tutto il resto era tenebre; ma più neri di tutto apparivano i vani degli archi, da’ quali in altr’occasione si sarebbe veduto il cielo: senonchè, nell’angolo verso tramontana, al disopra del tetto, nasceva tratto tratto un tremolìo d’una luce livida e biancastra, che errando sulle facciate del chiostro vi rifletteva a momenti un chiarore pallido e vacillante, pel quale si distinguevano le piccole finestre delle celle, le linee dell’armatura, ed il pozzo collocato in mezzo al cortile, poi a un tratto, tutto spariva in un’oscurità più nera di prima, ed intanto parea d’udire (ed era tanto debole e lontano, che era impossibile conoscer da qual parte venisse) un romoreggiare basso e continuo del tuono, simile a quello che produrrebbe un corpo grave strascinato sotto la volta d’un sotterraneo.
Niccolò, salita lentamente e con fatica la scala, si trovò nell’androne del dormitorio, al primo piano verso via del Maglio, e si fermava un momento per riposarsi innanzi alla Annunziata, dipinta a fresco sulla parete dirimpetto da Frate Angelico.
Il lume d’una piccola lampada che v’ardeva davanti lasciava veder la semplice e celestiale bellezza del volto della Vergine, divota e gentile invenzione d’un cuore illibato e pieno d’amore: l’augusta e riverente forma dell’Arcangelo colle grand’ali aperte ed appuntate, i capegli sciolti, la veste ricca e lunga sino ai piedi, e che suppone più che non mostri le forme della persona, le sottili colonne e gli archi d’un portico sotto il quale sono collocate le due figure: dinanzi a quest’immagine chinò la fronte Niccolò, e, giunte le mani, si trattenne ad orare per alcuni momenti, chiedendo il celeste ajuto per l’impresa alla quale era per porsi; ed ove gli venisse prosperamente eseguita, fece voto erigere una chiesa a tutte sue spese in onore della Vergine: poi, un tratto alzati gli occhi in alto, gli venne veduta al sommo dell’arco sul quale posa l’incavallatura del tetto del dormitorio, la maladetta impresa de’ Medici, postavi da Cosimo il vecchio, fondator del convento.
Quello stemma gli parve quasi una funesta visione, quasi il tristo segnale d’una fatalità che lo perseguitasse, ne distolse lo sguardo con isdegno, e toltosi di costì, si volse a man ritta, ed alla distanza di poche celle trovò quella di Fra Zaccaria da Fivizzano.