CAPITOLO XXX


Niccolò, sceso in chiesa, s’era intanto inginocchiato presso l’altar maggiore.

Un sagrestano v’accendeva quattro ceri, pe’ quali si venivano un poco a diradare le tenebre, chè la vastità del luogo non potea dirsi illuminata da così poca luce: ma la rischiarava tratto tratto e pienamente quella de’ lampi che guizzava su per l’invetriate de’ finestroni, e tingendosi, ne’ vividi e variati colori de’ vetri, correa per la chiesa con un chiarore simile a quello dell’iride, che mantenendosi a momenti tremulo ed abbagliante, scompariva poi tosto, e nella rinnovata oscurità facea parer più che mai offuscato e smorto il raggio delle candele. Le loro fiammelle, ritte ed immobili sin allora, cominciarono repentinamente ed a scosse a piegarsi, e farsi piccine come avessero a spegnersi, chè il temporale addensatosi ne’ monti di Mugello, s’era venuto accostando; già si levava quel vento umido e fresco che suol precedere la bufera; ed entrando pe’ fessi e per gli spiragli delle finestre con sibili acuti e discordi, ovvero ingolfandosi sotto i porticati del chiostro, per gli anditi, pe’ bugigattoli del convento, facea con opposte e rapide correnti sbatter usci, imposte e finestre, svolazzar tende e portiere, quasi ammonendo a premunirsi contro l’imminente tempesta. Il tuono anch’esso fatto più alto e vicino, pareva attraversasse le regioni superiori del cielo, nascendo lontano, poi scoppiando sul capo col fragore delle artiglierie, e dileguandosi infine, brontolava prolungato e lontano nelle gole de’ monti. I primi goccioloni d’acqua cominciarono a percuoter di traverso l’invetriate, ed a poco a poco spesseggiavan sempre più fitti, finchè a quello strepito s’aggiunse il tempestar minuto e secco della grandine che ribalzava sui tetti, sulle gronde, pe’ muri, per le finestre: e ad ogni colpo di tuono cresceva il rovescio, il muggito del vento, che s’udiva scompigliare gli alberi dell’orto.

Di tanto frastuono appena s’avvedeva Niccolò, che pieno del suo pensiero non avea la mente se non a quel solo, ed a raccomandarsi a Dio che lo facesse riuscire; e per la mutata condizione dell’atmosfera, per la nuova frescura arrecata dal temporale, sentendo ricrearsi gli spiriti, e quella pesante stanchezza che l’opprimeva dar luogo a nuove forze, e per così dire, ad una nuova vita, sorgeva più che mai coll’animo a sperar bene.

La chiesa s’era frattanto venuta empiendo di frati. Fra Zaccaria, fattosi dappresso a Niccolò, gli diceva:

—Questo tempaccio fa per noi; i nostri potranno uscir di casa e venir qua più sicuramente, senza aver chi gli osservi....—