Durante il discorso di Fanfulla eran sopraggiunti alla sfilata molti artefici dell’arte della seta e della lana, molti operaj del popolo minuto, tutti, come meglio potevano, più o meno armati; eran insieme venuti alcuni di que’ giovanotti ai quali avea parlato Bindo, ma tutti costoro insieme non sommavano a dugento persone; il tempo passava; già da qualche tempo l’oriuolo di sagrestia avea suonato le due, non si vedea comparir altra gente, e quelli che s’eran condotti quivi, vedendo il loro piccol numero, notando lo scoramento che si dipingeva sul volto de’ frati, e dello stesso Niccolò, si venivan guardando in viso gli uni gli altri, ed alcuni in cuore molto si pentivano d’essersi mossi di casa loro.

Niccolò stava perplesso, ed ondeggiava in varj opposti pensieri. Rimandarli, e rinunziare all’ultima speranza, gli parea troppo duro ed acerbo: e spingere questi pochi ad un partito disperato, ad una certa morte, non vi si sapeva risolvere. Mentr’egli si stava travagliando in quest’incertezza, i frati avean fatto disporre di molte panche lungo i due lati della chiesa verso l’altar maggiore, ove sedettero essi ed i più ragguardevoli dell’adunanza, e il rimanente popolo, stando in piedi in fondo alla chiesa, chiudeva da quel lato il quadrato, che rimase vuoto nel mezzo. Niccolò sedette su un seggiolone che era stato collocato all’estremità superiore, ed avea vicini Fra Zaccaria ed i suoi giovani, e parlavan tra loro sommessamente, quando entrò in mezzo al quadrato, venendo dalla porta della sagrestia, un vecchio che a’ panni mostrava essere un povero operajo, ed aveva sul suo vestire ordinario affibbiato un petto di ferro tutto rugginoso ed una spada allato. L’aspetto di costui era d’uomo che l’età ed i patimenti avesser condotto agli estremi della vita, ma questa parea si raccogliesse tutta negli sguardi, ove ardeva un fuoco torbido, che dava indizio d’un feroce e disperato proposito.

Questo vecchio avea per la mano un fanciullino di dodici anni, magro, pallido e che parea più attonito che spaventato di trovarsi in codesto luogo, in mezzo a quella grave addunanza.

Niccolò conosceva quest’uomo, che era stato sempre ardentissimo per la dottrina di Fra Girolamo, s’era trovato alla difesa del convento nel 98, e poi sempre in appresso avea, in ogni tempo, e sotto tutti i reggimenti, perseverato costantemente nelle medesime opinioni, facendo ogni opera onde si mantenessero tra il popolo, per quanto gli era concesso dal suo povero stato, e dalla sua poca autorità.

—Oh, maestro Simone! gli disse Niccolò, mentre gli s’appressava con quel fanciullo. Oh! che venite voi a far qui col vostro Bertino?—

—Piero suo padre, e mio figliuolo benedetto, rispose il vecchio, è morto combattendo per la nostra libertà.... io, e questo fanciullo, noi siam rimasti sali in casa.... soli al mondo.... voi lo sapete.... non abbiam più nessuno; e perchè, neppur io non mi curo più di vivere, ho condotto meco questo povero orfanello, ond’egli o viva o muoja cogli ultimi difensori di Firenze!—

Niccolò levava gli occhi e le mani al cielo, e diceva, crollando le palme aperte:

—Oh, perchè tutti i cittadini non ebber l’animo di questo povero operajo! Oh! perchè i maggiori di questa terra, ch’eran tenuti dar l’esempio all’universale, si sottrassero al peso, quando più premeva saperlo onoratamente portare?—

Ed a mano a mano riscaldandosi nel dire, ed alzando vieppiù la voce, proseguiva:

—Non son questi, no, gli esempj lasciatici dai nostri antichi, che seppero mostrare il viso a’ papi, a’ re e ad imperatori, e difender contro tutti la libertà di Firenze! Oh, Firenze! appiè delle tue mura cadde la superbia d’Enrico di Lucemburgo imperatore, e di tutto lo sforzo del santo romano impero!.... l’imperator Massimiliano.... e questo l’abbiam veduto cogli occhi nostri, a nostri giorni!... dovè fuggire prima d’aver pur vedute le tue torri!... A Carlo di Francia, ch’era dentro le tue porte col fiore de’ suoi cavalieri, tu mostrasti il viso, quando ti volle serva, e re Carlo ebbe di grazia salvar sè ed i suoi, e rimanesti onorata, ed in tua ragione... Ma Dio grande! è forse il presente pericolo maggiore di codesti? Siam noi uomini diversi da quelli d’allora? Non è più un bene la libertà, l’onore, la religione? Non più un male la schiavitù e l’infamia? Ma possibile, Dio eterno, che siam caduti nel fango di cotanta viltà? Possibile che tanto abbin pesato i nostri peccati, che ci abbi così abbandonati! che il popol tuo sia tanto da te maladetto? Oh cittadini! oh figliuoli! S’avrà dunque a profferire quella tremenda parola! l’avremo a dir noi fiorentini, e non morir prima mille volte—Firenze, è spenta! Firenze è serva! e noi siam rimasti vivi! e torniamo alle nostre case, alle donne, ai figliuoli nostri, cui dovevam mantenere quello stato lasciatoci da’ nostri maggiori!.... e che direm loro scignendoci le codarde spade asciutte di sangue, e buttandole in un canto? che direm loro? Che ragion troveremo che gli acqueti e li faccia contenti d’essere, non più uomini liberi, ma quasi una mandra di bestiame, divenuta roba de’ Medici? E quando questi tiranni porran le mani nel sangue e negli averi de’ vostri figliuoli fatti grandi, non avranno essi cagione di maledirvi, e chiamarvi codardi? E che cos’è poi la vita, che si debba serbarla a cotanto prezzo? E non pensate ch’io parli così perchè son vecchio, e la posta ch’io son per metter a questo giuoco, è di pochi giorni, di poche ore forse di vita. Ma non ho io figli? Questi che mi stanno intorno non son eglino sangue mio? e ne son io avaro? (e ponendo la mano sul capo di Bindo che gli era vicino) Son io avaro del sangue di questo fanciullo, cui rimarrebber forse anni ed anni di vita felice? E facendone dono alla patria, chi potrà dire ch’io non doni più assai che la mia vita stessa?.... Oh! cittadini, abbiate pietà di questa patria sventurata, chè forse ancora n’è tempo! O Jesu Cristo, re nostro, abbi pietà di Firenze, ch’è pure il tuo regno! Parce Domine! perdona i nostri peccati, perdona ancor questa volta.... la tua vendetta risparmi la patria.... io, pei peccati di tutti.... io t’offro questo misero capo, t’offro questi miei figliuoli!.... Scompaja la mia casa.... si cancelli il sangue mio, il mio nome dalla faccia della terra, ma Firenze! Oh, Firenze sia salva, sia libera, sia felice!....—