Piangendo al cospetto di tutti, colla fronte alta, e mostrando ch’egli non avea rossore di quel pianto, pose fine Niccolò alle sue parole, che erano state l’indispensabile sfogo dell’indomita passione ch’egli provava, più forse che non un mezzo col quale sperasse fare oramai molto profitto.
Visi bassi e scuri, ed un silenzio di morte, diedero alle parole del vecchio una troppo chiara ed eloquente risposta.
Il temporale, cacciato dal vento, s’era intanto allontanato dirigendosi verso Volterra; di tanto in tanto splendeva ancora qualche lampo, e giungeva all’orecchio il lontano brontolar del tuono.
Niccolò provò un senso di dolore ancor più terribile di quello che l’oppresse quando fu decisa la resa della città; ora perdeva l’ultima speranza; ora soltanto Firenze era irremissibilmente caduta per esso; ora soltanto si sentiva divenuto veramente servo de’ Medici.
Appoggiati i gomiti sulle ginocchia, e sulle palme la fronte, rimase immobile, annichilato, per dir così, dall’immensità della sua sventura, ed avrebbe in quel momento benedetto Iddio, se gli avesse mandata la morte.
Sventurato vecchio! e gli restava ancora a soffrir tanto!
I popolani e gli operaj, che al bollente parlare di Niccolò non avean risposto che col silenzio, giudicando, con quel retto sentire che è quasi sempre negli uomini rozzi, esser ormai pazzia il voler tentar di resistere, non poterono sostener la vista del dolore, del pianto di quell’uomo, che s’eran avvezzati a considerare come il loro padre comune, come un ente d’una natura e d’un’intelligenza superiore. Eran, per dir così, spaventati ora di vederlo soggetto, come gli altri, alla sventura ed all’umana miseria, e per l’amore che gli portavano, si sentivan straziare il cuore, e rampognavan se stessi quasi fosser cagione d’ogni affanno, d’ogni danno che gli potesse avvenire. E cominciò a sorgere un bisbiglio tra que’ poveri uomini, mentre pur tuttavia Niccolò stava immobile colla fronte nelle mani, e chi di loro metteva sospiri, che piuttosto parevan ruggiti, chi si mettea le mani nei capelli, chi si scontorceva, chi col dosso della ruvida mano si asciugava una lacrima, e tutti, in questi od altri cotali modi, mostravano passione e malcontento grandissimo, chè tenuti in rispetto dalla presenza di tanti loro maggiori non s’attentavano venir avanti, o moversi, o parlar troppo alto.
Ed a mano a mano crescendo quest’umore tra loro, cominciarono a dirsi a vicenda ed a mezza bocca:—Oh noi siam pure i gran sciagurati!—Povero vecchione! vedi s’egli ha a pianger a quel modo!—Lui che ci ha veduti tutti nascere!—- Che ci ha sempre fatti lavorare!—E quando fu il caro, chi ci dette pane se non egli?—Ed ora, quand’è il bisogno, ci tiriamo addietro? E non vorremo noi che i ricchi e i grandi dicano che il popolo, i poveri sono ingrati?—Tu che dici, Sandro?—- e tu, Bozza? Abbiam noi a farci avanti, e buttarglici a’ piedi, e domandargli perdono, e dirgli che noi siam pronti, e che faccia di noi quel che vuole? Vai tu? Vo io? Andiam tutti?—Andiamo....—
Dissero animosamente alcuni, e fattisi innanzi, seguendoli tutti gli altri, irruppero nel vôto del quadrato, e venuti avanti velocemente verso Niccolò, che a quello strepito di passi aveva alzato un poco il capo, gli si buttarono in ginocchio a’ piedi, ed i più vicini stendendogli le mani ai panni, alle ginocchia, con visi umili e contriti, e gli occhi lagrimosi, parlavano alla rinfusa e tutti insieme, tantochè mal si potea comprendere che cosa intendessero dire, che domandassero, se non che dagli atti del volto, dalle braccia alzate de’ più lontani, e da qualche parola che spiccava qua e là più chiara, come perdono.... pentiti.... noi siam i vostri figliuoli insin che ci duri la vita.... ed altre somiglianti, potè presto avvedersi Niccolò qual fosse l’animo ed il proposito di que’ poveracci. Il suo cuore ne fu commosso, e lo fu del pari quello di tutti i circostanti.