Il cielo spazzato dal temporal della notte splendeva d’un bel turchino diafano e netto, che si sfumava all’orizzonte in una tinta dorata e vaporosa sulla quale spiccavano lunghe strisce di nuvole leggermente posate sulle creste de’ monti: pe’ fianchi di queste, le ombre portate dalle nubi, si stendevano in aspetto di macchie turchino-scure, mentre le parti percosse dai raggi del sole si vestivano di caldi e variati colori onde si tinge la campagna in sul finir della state. L’atmosfera tutta era come un mare di luce candida e purissima, che lasciava minutamente discernere anco gli oggetti lontani, tantochè gl’italiani radunati a Giramonte eran veduti distintamente da tutti i punti del campo, d’onde i soldati concorrendo sui luoghi alti, sulle trincee, su ogni sporto della collina, stavano ad osservare quel movimento, come spettatori ad una festa, tutti curiosi ed allegri di veder un qualche bel fatto.
Sulla spianata della Torre del Gallo, che a poca distanza domina Giramonte, era D. Ferrante Gonzaga, Alessandro Vitelli, il conte Pier Maria e molti de’ primi dell’esercito, e considerando, tutt’altro che allegri, la gravità di quel disordine, stavan goffi ed attoniti nella forma appunto di quel mandriano che ci servì poc’anzi di paragone. Vedevan come cominciava la cosa, ma non potean prevedere come sarebbe finita, e sapevan ch’egli è de’ soldati come de’ puledri (anche qui la similitudine combina) cominci uno a far il matto, e coll’esempio ne fa scatenar cento.
Dall’altra parte, le bande spagnole alloggiate per la costa sotto Bellosguardo e M. Uliveto, avvisando quel che a loro danno si preparasse, sollecitavano ad allestirsi, armarsi, e mettersi in ordine; quantunque assai di mala voglia si trovassero al punto d’azzuffarsi cogl’italiani, non per viltà di animo, ch’erano ardita ed ottima gente, ma perchè invece di far quistione, avrebber preferito mettersi tutti d’accordo per entrare a forza in Firenze e metterla a sacco.
Non potendo risolversi a rinunziare alla speranza di questo benedetto sacco, stabilirono mandare a D. Ferrante due de’ loro capitani, pregandolo ad interporsi, e rimettendosi in lui per quelle soddisfazioni che, salvo il loro onore, avessero a dare agli italiani per rappacificarli, e cancellar ogni passata ingiuria. Si mossero i due messi, e, giunti alla Torre del Gallo, esposero al capitano la loro ambasciata; egli l’ascoltò di mal umore, colle braccia intrecciate sul petto, ed alla fine diceva adirato:
—Chi volete voi che possa far capir la ragione a quei demonj!.... siam proprio in tempo, alla fediddio!.... Guardate!—
E difatti in quel momento appunto, s’empieva l’aria delle grida di costoro, della voce de’ capitani che ordinavan la mossa, del batter fragoroso e celere de’ tamburi, dell’acuto fischiar de’ pifferi... Si vedeva quelle profonde e serrate battaglie (chè non si usava allora l’ordine sottile delle moderne fanterie) tutte ispide e lucenti d’alabarde e di picche, all’incirca come il pettine d’uno scardassiere volto sott’insù, si vedevano, dico, dar que’ primi crolli gravi ed ondulati d’uno squadrone che prende la mossa, s’udiva il sordo e regolare percuotere di tanti piedi, e per dir il vero, l’aspetto di quelle genti non dovea dar molta speranza che s’avessero a poter frenare o volger come si volesse colle sole parole.
Le battaglie intanto venivan scendendo la costa ora di fronte ed intere, ora piegandosi e rompendosi talvolta, e poi tosto rannodandosi secondo volevano i luoghi o la giacitura del suolo, ma sempre ordinate. Innanzi, ed ai fianchi del grosso d’alabardieri ond’eran formate, venivan più radi buon numero d’archibusieri, reggendo colla manca il calcio della loro arme appoggiata sulla spalla, e colla destra portando la forcina e la corda accesa: alcuni invece d’archibusi tenean ritti colla punta all’insù grandissimi spadoni a due mani, di quelli che, appesi in oggi per ornamento nelle nostre sale, cavan di bocca a chi per la prima volta li vede, quella novissima esclamazione: «Che braccio dovevano avere i nostri vecchi!».... I capitani ed i sergenti, camminando in atto bravo innanzi alla fronte colle spade sguainate, e con targhette o rotelle al braccio, tutte intarsiate e miste d’oro, con una frangia intorno all’estremo lembo, ed un’acuta punta nel centro, vestivan corsaletti e cosciali d’acciaio, sotto i quali scendevano in larghe pieghe sino al ginocchio calzoni raccolti pel lungo da strisce di panno, mentre le gambe coperte d’una calza stretta alla carne mostravan tali muscoli da non lasciar sospetto che potessero mai venir meno a nessuno sforzo. Non parliamo de’ visi abbronzati, fieri, veramente marziali, dalle barbe, da’ baffi ridotti a non mostrare se non occhi e naso, nè dello strano atteggiarsi, del muoversi da bravaccio che era ne’ modi de’ soldati di quella età.... per dare una idea di così minuti particolari, non meno che del modo d’ordinarsi degli eserciti d’allora, val più il pennello che la penna, ed un’ occhiata alle pitture del Vasari in Palazzo Vecchio, o a qualche incisione del secolo XVI, spiegherebbe assai più d’ogni descrizione.
Mentre queste genti si movevano così sicuramente all’assalto, parve però a D. Ferrante non ci stesse dell’onor suo lasciar seguire un tanto disordine senza pur muovere un dito per impedirlo; e non curandosi di compromettere la sua autorità, che pur sapeva non esser molta sopra l’esercito, salito su un suo muletto, e seguito da Vitelli e da pochi ufficiali, scese ad incontrare gli ammutinati. Giunto vicino ad essi, alzò la mano, accennando ai tamburi di sostare, e mostrando voler parlare, ma nè i soldati gli badavano, tirando pur innanzi, e piuttosto guardandolo in cagnesco, e così i capitani, nè i tamburi cessavano dal battere, ond’egli alzando la voce procurava superar quel frastuono, ma soltanto qualche parola, qualche sillaba senza senso potè, per dir così, sormontare e salvarsi dal generai naufragio del suo discorso. Ma potè ben egli udire invece di molte ed ingiuriose parole che gli vennero scagliate di mezzo alle file da polmoni che sapean dirla con vantaggio co’ tamburi e co’ pifferi, ed una voce di toro fu udita gridare fra le altre: «Levati, levati, mangia ranocchi!» alludendo ai molti che si trovan negli stagni di Mantova, patria di D. Ferrante. Visto alla fine ch’egli dava in nonnulla, si levò di quest’impresa disperata, e volto dispettosamente il muletto, ritornò di donde era partito non senza un poco cortese accompagnamento d’urli, di schiamazzi e di fischiate.
Giunte le bande sul piano di Baroncelli, luogo nel quale sorge in oggi Poggio Imperiale, d’onde con poca via erano per iscender ove vedean gli spagnoli apparecchiati ad aspettarli, si fermarono un momento per ristringere l’ordinanza.