In una delle prime file eran Averardo e Vieri, armati di due lunghe partigiane, ed accanto a questi, venivan, cogli archibusieri, Lamberto, Fanfulla e Bindo. Mentre ognuno osservava e metteva in punto le sue armi, l’uno affibbiandosi più stretta una correggia, un altro allacciandosi meglio il morione, soffiando taluno sulla corda onde non si smorzasse, ed i capitani rivedendo le file e facendo mutar di luogo ora questo ora quello, secondo parea loro venisse meglio, riguardo alle stature ed alle forze d’ognuno, Lamberto veniva osservando l’aspetto degli spagnoli attellati in fondo alla piccola valle, al di là della strada Romana che pel lungo la divide. Vedeva que’ serrati squadroni d’uomini di mezzana statura, è vero, ma robusti, tarchiati, invecchiati nelle guerre, e i migliori fanti che fossero allora in Europa, e prevedendo quanto terribile sarebbe stato lo scontro, sentiva grandissima apprensione per Bindo, che gli stava innanzi a tutti e non trovava luogo, come un barbero alle mosse, smanioso d’attaccar la battaglia. Volerlo ritrarre?.... neppur pensarci. Lamberto fece d’occhio a Fanfulla, e senza parlare, per non esser udito dal giovanotto, espresse così chiaramente col volto e col gesto l’idea «stiamogli vicino e difendiamolo» che Fanfulla l’intese benissimo, ed accennò due o tre volte di sì col capo, con tale espressione, che valeva assai più delle parole.

Contento così Lamberto, si volse ai soldati, che, per tacito consenso, avendolo udito così animosamente parlare, lo tenevano in quella fazione quasi in conto di capitano, ed alzando la voce, per esser udito da quanti più si poteva, disse con volto pieno d’una nobile e fiera allegrezza:

—Orsù, fratelli, ci siamo.... Ci siamo una volta a poter combattere non per chi ci paga, e ci dispregia insieme, ma per noi finalmente, per la nostra nazione, per decidere, viva Dio, se veramente meritino gl’italiani d’essere il bottino di tutti i popoli, il ludibrio e lo scherno di tutto il mondo. Sia benedetto Iddio, che per una volta mi è toccato combatter contro genti, tra le quali non vedo un sol volto italiano! Ora, non vi dico altro... Firenze ci guarda.... ci guarda tutto il campo, il fiore di tutti i bravi d’Europa.... chi si pentisse è a tempo.... vada con Dio.... chi ama la patria, l’onore, la gloria, mi segua, e se do addietro m’ammazzi.—

I tamburi batterono la marcia, ed al grido di viva Italia! che scoppiò ripetuto mille volte, si mossero tutte insieme le bande, e scendendo velocemente colle picche spianate giunsero al basso, attraversarono la strada e si serrarono addosso agli spagnoli che, immobili, e rispondendo viva Espana, ad arme parimente abbassate, gli aspettavano; colle bandiere gialle e vermiglie ondeggianti, con un rumor di tamburi, di pifferi e d’altri militari istrumenti che andava al cielo, ed al quale rispondevan l’eco e le grida lontane di tutto il campo. Prima che le due truppe nemiche si congiungessero era già incominciato il tempestar dell’archibusate, e vedevi or qua or là i soldati fermarsi, calar veloci l’archibuso sulla forcina, sparare e rimettersi tosto in via ricaricando; e quegli squadroni che poco innanzi si discernevano così splendidi e netti, cominciavano or qua or là ad esser velati, ed interrotti da globi di fumo che comparivano a un tratto, si ravvolgevano candidi e densi, e si sfumavan tosto diradati e dispersi dal vento.

Ma quando la prima fila delle bande italiane, coll’impeto suo proprio, e con quello che le aggiungeva da tergo la profondità delle battaglie, venne a dar di cozzo nelle genti di Spagna, sorse un nuovo e più alto fragore di ferri, d’arnesi, d’armi percosse, simili a quel cupo e sonante ruggito del mare quando rompe lontano in una lunga scogliera, o piuttosto allo scroscio tremendo di due grosse navi da guerra che s’urtano gettate l’una contro l’altra dalla tempesta.

Tra quelli che miravan dall’alto questo terribile spettacolo cessarono a un tratto le grida, cessò ogni voce, guardando tutti intenti e maravigliati quelle due masse d’uomini combaciati e prementesi l’una contro l’altra, così che non ne formavano oramai che una sola; le vedevano ondeggiare, ora perdendo, ora riguadagnando il terreno, piegandosi or innanzi ora indietro quella selva di picche per mezzo la quale, seguendone i moti, sventolavan tra i lampi del ferro, pennoni, stendardi, pennacchi di mille colori; vedevan nel mezzo ove era più stretto e furibondo il combattere, guizzar rapido, errante e confuso il luccicar dell’armi, che maneggiate velocissimamente, riflettevano in mille modi i raggi del sole; vedean tratto tratto in quella calca farsi dei vani pel cader repentino de’ feriti o de’ morti, ma in un baleno si riempivan i voti, chè altri calcando i caduti senza guardar se fossero amici o nemici, n’occupavano il luogo, e spesso per cader loro sopra dopo pochi momenti. Quando il fumo sorgendo a caso più denso in qualche parte, spandeva l’ombra sua sui combattenti, apparivano i tiri degli archibusi più spiccati in quello scuro, con un saettar fitto e lucente di lingue di fuoco, che impallidivano poi o sparivano affatto ove a quell’ombra succedesse la luce del sole.

Malgrado l’enorme e discordante fracasso prodotto dall’incessante scarichìo di moschetti, dal batter celere de’ tamburi, dagli urti, dalle percosse scambievoli, ed anzi vincendo questo frastuono, s’alzava tratto tratto un terribil grido di vittoria da quella delle due parti cui pareva ottener sull’altra un qualche vantaggio, ed ora il grido d’Italia, ora quello di Espana risuonava per l’aria ed era accolto dagli spettatori con altrettante grida e schiamazzi, e batter di mani come usavano gli antichi stando nel circo a veder i giuochi de’ gladiatori.

Ma questo spettacolo, che veduto in distanza appariva splendido, ed aveva in se, sto per dire, un non so che di gajo pel lustrar dell’armi, la ricchezza de’ colori e de’ fregi, e per la bellezza del cielo che lo rischiarava, veduto d’appresso era oltre ogni dire terribile e doloroso. L’accanimento della mischia, pel quale i soldati si lasciavan trapassare dall’alabarde piuttosto che cedere un palmo di terra, facea sì, che ai caduti era maggior ventura venir a terra morti che non feriti: a questi toccava una fine più disperata mentre spiravan l’anima nell’ultime angosce calpestati da tanti piedi; e s’udiva tra le gambe de’ combattenti (chè vedere non si poteva per la gran calca) urli rabbiosi, bestemmie, gemiti, grida dolenti, e talvolta qualche voce pietosa invocare Iddio. Il sangue, per essere il suolo un poco in pendìo, veniva qua e là uscendo a piccioli rigagnoli dalle file raccogliendosi in pozze ne’ luoghi concavi e bassi, tante eran già state le morti da un’ora o poco più che si combatteva, senza che si potesse ancora in verun modo prevedere a chi dovesse rimaner l’onore della giornata.

Ma non era possibile che una così furiosa battaglia durasse a lungo indecisa; e stava oramai per traboccar la bilancia.

I nostri giovani, che insieme con Fanfulla avean combattuto tra’ primi con quell’ardire e quell’impeto che si può immaginare, chè combattevan sempre stretti allo stendardo, tutti trafelati, pieni di sudore e di sangue, tra mucchi di cadaveri, pei quali male potean maneggiarsi ed appena trovavano ove fermare i piedi, chè il suolo, anco ne’ luoghi scoperti, non era se non una mota sdrucciolevole e sanguigna, vedean di fronte tra un folto di nemici sorgere lo stendardo maggiore delle bande spagnole retto da un banderaio, uomo di terribile aspetto, e, cosa rara tra loro, di statura altissima e di colossale struttura.