Lamberto, conoscendo esser venuto quel critico momento dal quale nelle battaglie viene decisa la vittoria, che riman sempre a chi lo sa cogliere, fatto un cenno a Fanfulla, che in quel momento tirava a sè con forza la spada, per riaverla dal corpo d’uno spagnolo che aveva abbattuto, dicendo:—Han’ sett’anime e un’animuccia come i gatti! e finchè non battono il muso, non c’è verso che vogliano morire!—

Lamberto, dico, gridav’ai suoi:

—Alla bandiera, valentuomini, a terra quella bandiera, e la giornata è nostra!...—

E lanciandosi tutti insieme come leoni verso la parte accennata, egli il primo, con quella sua incredibil prestezza e bravura, senza che da nessuno de’ nemici si trovasse modo di ripararlo, mise una stoccata nel ventre al banderajo, e seguitando innanzi, coll’elsa della spada lo spinse in terra, e con esso lui la bandiera, che essendo grandissima e spiegata, pel vento, coperse di molti soldati, i quali, impedita così la vista, nè potendo maneggiarsi e combattere, si posero, mentre cercavano di sottrarsi a quell’impaccio, in qualche confusione; come sul cassero d’una nave accade alla ciurma, ove fiaccando l’albero la copra, cadendo colle vele tutt’in fascio.

I nostri non perdettero un momento, e spingendosi sotto, quali colle daghe, quali co’ coltelli, fecer sì che pochi di codesti impacciati poteron liberarsi, e caddero quasi tutti trapassati da cento ferite gli uni sugli altri in un monte, tantochè, fattasi un poco di piazza, Lamberto, afferrata la bandiera, la capovolse ficcando in terra la punta dorata che avea sulla cima, e rattenendo pel braccio Bindo, che si gettava su’ nemici sopravvegnenti d’ogni parte, gli disse:

—Tieni forte questa bandiera, chè, viva Dio, noi abbiam vinto!—

Conobbe il buon Lamberto, che intorno a quell’insegna stava per sorgere l’ultimo e più terribil contrasto, e dando al giovinetto l’onore di tenerla, veniva sotto questo colore a porlo nel centro de’ suoi, e nel luogo meno esposto della battaglia.

Difatti si strinsero d’ogni parte in questo luogo gli Spagnoli, veduta a terra la loro bandiera, ma da ogni parte ugualmente vi concorsero gl’Italiani, con tremende e lietissime grida di vittoria, in modo che si fece un gruppo d’uomini tanto stretto e calcato intorno a Bindo, rimasto a formarne il centro, che riusciva oramai impossibile usar l’aste o le spade, ed a stento, co’ pugnali, venivan a corto, ma con rabbia e sforzi grandissimi, gli uni sugli altri, per dir così, succhiellinando per ferirsi; e spingendosi e lottando crocicchiavan piegati gli uni contro gli altri i bracciali, gli scudi, i petti di ferro, sentendosi ognuno sul viso il frequente ed infocato anelito del nemico che si trovava a fronte; e la vita o la morte dipendeva dall’aver il primo la fortuna di trovar di sotto, ed alla cieca, al pugnale la via d’entrare; onde talvolta accadeva, tra due che a denti serrati, co’ visi accesi e furibondi, stesser così frugando per darsi la morte, veder a un tratto spegnersi il vampo d’un di quei volti, illividire, errare, stravolte le pupille, e cadere arrovesciato il capo, mentre il cadavere imprigionato in quella stretta tardava spesso a venire a terra più d’un momento.

Ma quando appunto sono uguali le forze, l’ardire, l’accanimento tra i combattenti, basta bene spesso poca cosa a dar la vittoria. Questa bandiera caduta produsse effetto grandissimo ed istantaneo sull’animo di quelli che combatte vari lontani, togliendolo agli Spagnoli ed aumentandolo mirabilmente agl’italiani, vieppiù infiammati dal grido incessante che udivan ripetuto di vittoria, vittoria, in quel luogo ove, per lo stendardo, era ristretta ormai tutta l’importanza della zuffa. Si videro costì prove maravigliose, tanto nel difenderlo che nel volerlo ricuperare, e per le molte morti, diradatasi presto quella prima stretta, tanto che gli uomini potean raggirarsi un poco e valersi dell’arme loro, fu visto uno spagnolo, saltando al di sopra de’ corpi morti, avventarsi alla caduta insegna e giungere ad afferrarla, mentre Bindo, colla mano che avea libera, usando la spada, lo passava fuor fuori, e se lo stendeva morto a’ piedi: ma un altro ed un altro avean tenuto dietro al primo, gettandosi sull’asta dello stendardo, e facendo incredibili sforzi per istrapparlo dalle mani di Bindo e di parecchi de’ nostri, che s’eran messi ad aiutarlo, pur sempre combattendo, e facendo forza a vicenda con ripetuti crolli e strappate, e sforzi terribili, ora cadendo, ora rizzandosi, frementi ed affannati, finchè Averardo, che era trascorso combattendo a qualche distanza, visto il pericolo del fratello e de’ suoi, s’avventò quivi, levando più che poteva alto sul capo un enorme spadone a due mani, che, caduto fischiando sul più ostinato degli Spagnoli, gli fesse la cervelliera ed il cranio, gridando ferocemente Averardo:

—Del sacco di Firenze portati a casa questo bottino... marrano!... e mentre così urlava n’avea, con velocità di mano e furia incredibile, morto un altro e ferito un terzo, e seguitando a menar la spada, che s’udiva più che non si vedesse per aria, sclamava ad ogni colpo—Al sacco!... al sacco di Firenze valent’uomini!... al sacco, che in Ispagna aspettati la nuova!....—