L’insegna, insomma, benchè fessa nell’asta e tutta pesta, stracciata, lorda di sangue e di fango, pur rimase in potestà degl’italiani, che, insuperbiti per questo onore, e vedendo così a momenti, mentre combattevano, sulle circostanti alture gli spettatori alzar le braccia e fare sventolar panni, quasi facendo applauso alla loro impresa, scorgendo inoltre certe bande che uscivan dalle porte di Firenze, e stimando fosser i loro che venissero, secondo la promessa, ad ajutarli, levaron di nuovo più alto il grido di vittoria e d’Italia, Italia, e fu tanto unito, tanto istantaneo e potente il cozzo col quale percossero i nemici, che in questi apparvero i primi segni del disordinarsi, e crescendo sempre l’animo e gli sforzi degl’italiani, cominciarono gli Spagnoli apertamente a rinculare, mantenendosi e difendendosi però sempre in modo, che non potea dirsi fossero in rotta.
—Eccoli, eccoli, gridavano i nostri giovani, ed i capitani delle bande italiane accennando a quelle ch’erano uscite da porta S. Friano, ecco i nostri che vengono!...—
E così cresceva l’animo e l’impeto e l’incalzare, in alcuni per la certezza del soccorso, in altri per non lasciar che giungesse a dividere con essi l’onore della vittoria, e gli Spagnoli sempre più a cedere ccl arretrarsi, cosicchè alcuni cominciavano, fuggendo scopertamente, a sbandarsi, inseguiti alla vita dai loro avversarii, ebbri di feroce allegrezza; e per quel movimento, venendo a mutar luogo le genti, si venne a scoprire il posto, ove aveano combattuto, coperto da più di 600 cadaveri.
E perchè tardavan le bande uscite poco innanzi della città? Perchè invece d’esser, come aveano stimato i combattenti, venute per unirsi con loro, giungevan mandate da Malatesta, che le avea composte di côrsi e de’ suoi perugini a lui fidatissimi, per veder soltanto come la cosa finisse, e tener in rispetto intanto que’ soldati che avessero avuto in Firenze pensiero di levar il rumore, ed uscir in ajuto della loro nazione. Cotal frutto avea prodotto il foglio scritto da Troilo in S. Marco.
Pure, anche senza questi rinforzi, la vittoria era ormai decisa per la parte italiana; ma era scritto in cielo, che anche in quell’occasione, il sangue di tanti onorati e generosi italiani si versasse a torrenti e senza profitto nessuno.
I lanzi, che sommavano a più migliaja d’uomini, ottima gente, invecchiata in sulle guerre, considerando questa fazione, come una lite privata tra nazione e nazione per fatto d’onore, avean promesso non intromettersi o parteggiare ne per l’una nè per l’altra, ed eran rimasti in arme, e pronti bensì, ma oziosi spettatori della zuffa, ne’ loro alloggiamenti. Quando D. Ferrante conobbe che gl’italiani avean la meglio, e seguivano cotanto arditamente il loro vantaggio, temè non riuscissero a rompere allatto e distruggere i loro nemici, e quantunque non fosse istrutto appunto del disegno ordinato da’ Piagnoni per sollevare i soldati chiusi in Firenze in favore de’ loro compatrioti del campo, ebbe il sospetto ciò non venisse naturalmente a succedere, e vide quanto gran danno ne potrebbe avvenire al campo imperiale ed all’impresa, condotta ormai a così prospero termine. Venuto prestamente ov’erano i lanzi, e trovato Tanusio loro capitano, gli disse, simulando saper certissimo ciò che soltanto dubitava, essersi gl’Italiani, di dentro e di fuori le mura, accordati per dare addosso a quanti forestieri militavano in quella guerra; aver cominciato dagli Spagnoli, e se li lasciava loro tempo di romperli affatto, esser per piombare tutti insieme sui lanzi; onde attendessero alla loro salute, e non dicesser poi che non gli aveva avvertiti. E mentre parlava, mostrava a Tanusio le bandiere che uscivan di Firenze, aggiungendo:
—Quegli intanto escono... con qual proposito, lo sa Iddio.... e tra poco lo saprete anche voi...—
L’arte di D. Ferrante (e in parte pur s’apponeva) ebbe pienissimo effetto:, e, pochi minuti dopo, dodici bandiere di lanzi, col loro capitano alla testa, scendevano serrate e di buon passo, minacciando alle spalle gl’Italiani stanchi, scemati di numero, e non troppo in ordine, per la lunga battaglia, e per la sicurezza d’esser oramai vincitori.
Fanfulla che, secondo aveva detto la notte innanzi in S. Marco, descrivendo le qualità de’ vecchi soldati, avea sempre un occhio al gatto e l’altro alla padella, com’egli diceva, s’accorse il primo di questa mossa; e ne fece accorti i compagni che stavan tra il sì e il no, non potendo indovinare ancora qual fosse il disegno de’ lanzi. Ma parecchie archibusate sparate da loro, dalle quali alcuni venner tocchi, tolsero tosto ogni dubbio, ed i poveri Italiani, presi in mezzo ed assassinati, gridarono, ai traditori, ma al tempo stesso dovettero pensare a togliersi da quel luogo ove, percossi da ogni lato, non era più in verun modo possibile che facessero testa.