Con un movimento sulla destra, serrati, e difendendosi sempre da’ lanzi e dagli Spagnoli, che al giunger dell’inaspettato ajuto avean ripreso le offese, si vennero accostando ad Arno, con animo di guadarlo sotto M. Uliveto, e farsi forti sull’altra riva nelle ville di Fiesole.
La corrente, che in codesta stagione si riduce quasi sempre umile e bassa in un lato del letto, lasciandone asciutte e biancheggianti le rimanenti ghiaje, s’era non poco accresciuta pel temporale della notte, e scendeva torbida e gonfia, ma non tant’alta però, che vietasse il passo del tutto, tanto più ad uomini forti, arditi, e che sopraffatti da troppo esorbitante numero di nemici, non avean altra via per ritirarsi.
Lamberto, Fanfulla e i capitani, che ancora eran vivi, scelti prestamente i migliori soldati, li disposero in modo che, sostenendo l’impeto degli assalitori, dessero tempo a’ compagni di tentare il guado e condursi sicuramente all’opposta riva.
Se le genti uscite di Firenze per ordine di Malatesta fossero state invece quelle che i nostri aspettavano, era giunto il momento di percuoter alle spalle lanzi e Spagnoli, e potea forse quest’assalto ristabilir le cose e ricondurre la vittoria; vedendole rimanersi immobili, senza dimostrazione nessuna di voler venir avanti, si disperavan Lamberto ed i suoi compagni, e pur sempre combattendo, badavan a far cenni, ordinando al banderajo di sventolar lo stendardo, e gridando—A noi Italia! a noi! Finchè accortisi che alla testa di quelle bande era Cencio Guercio, cagnotto di Malatesta, conobbero come stava la cosa, e caddero affatto d’ogni speranza.
La corrente d’Arno s’era intanto già ripiena di soldati, i quali trapassavano puntando nel fondo le picche, per reggersi contro l’impeto dell’acqua, che gorgogliando giallastra, spumante e veloce, aggiungeva loro al petto ed al collo in molti luoghi, cosicchè non pochi ne venner travolti, alcuni a stento s’ajutarono, e n’annegarono parecchi, tutti poi tempestati dalla riva da una spessa grandine d’archibusate. Tuttavia il maggior numero giungeva salvo all’opposta sponda, e non avanzavano oramai che i nostri amici, con que’ pochi che ne avean fatto testa per proteggere il varco del fiume, e la moltitudine de’ nemici gli avrebbe certamente oppressi se fossero stati di minor valore che non erano, o se gli Spagnoli ed i lanzi non si fossero in gran parte staccati dal combattere per correre a svaligiare i voti alloggiamenti degl’Italianj, che vennero mandati a sacco, arsi, e distrutti con avidità e furore incredibile.
Ciò non ostante, quelli ne’ quali più la rabbia poteva che l’avarizia, ed eran pur troppi a fronte del piccol numero de’ nostri, non potendo patire che una mano d’uomini non tanto fosse riuscita ad arrestarli, ma soprappiù li bravasse, moltiplicando le ingiuriose parole e l’offese, si serrarono con nuovo impeto addosso a questi prodi che, fattisi morti, a guisa di fiere racchiuse si difendevano. In quel momento, trapassato da un’asta, il povero Vieri cadde morto; Averardo, che solo de’ fratelli se n’accorse, si avventò furioso contro l’uccisore, ma toccata al tempo stesso un’archibusata, che gli ruppe la gamba destra in tronco, cadde sulle ginocchia presso il cadavere del fratello, ad un palmo dalla ripa che scendeva scoscesa nel fiume. Nel vedersi impedita così la vendetta, quel suo viso, già tanto feroce, si vestì di una così terribile espressione, arrotando i denti e fulminando fuoco espresso dagli occhi, che l’omicida di Vieri rimase colla spada in alto come affascinato, senza calare il colpo, ed Averardo, non potendo giungerlo, gli lanciò la spada, che coll’elsa, lo percosse nel petto e lo fe’ traballare. Rimessosi tosto, e visto il ricco arnese del caduto, pensò, avendolo prigione, guadagnare una grossa taglia, e si fece avanti credendo, disarmato com’era, mettergli le mani addosso senza contrasto.
Ma appena gli fu a portata, Averardo, con un possente sforzo, rizzatosi sulla gamba che avea illesa, gli s’avvinghiò, e, giammai orso facendo alle braccia, non piantò così forti gl’unghioni nel dorso del suo nemico, e tirandolo e tenendolo stretto, si lasciò cader riverso nella corrente. L’acqua s’aperse e rimbalzò in mille spruzzi, e si richiuse tosto sui caduti, i quali, essendo ivi le grotte assai ben alte, venner rotolando nella melletta del fondo, e, soltanto dopo lungo tratto, tornarono, ravvolgendosi sottosopra, e sempre strettamente ghermiti, a galla un momento, poi, di nuovo affondatisi, più non ricomparvero.
Lamberto e Bindo, avvedutisi del fatto, e scorgendo Vieri disteso a terra, mandarono un furibondo grido, e volendo disperatamente gettarsi tra mezzo i nemici, al sicuro si facevano ammazzare, chè quantunque, per un vero prodigio, non avesser toccata nessuna ferita d’importanza, avean tuttavia in varie parti offesa la persona, e cominciavan loro a venir meno le forze, chè da più ore combattevano sotto la sferza del caldo, ed erangli arnesi pressochè arroventati dal sole: ma Fanfulla, che mai non si perdeva, pel lungo uso di cotali strette, conosciuto che non era tempo di pensare a vendicare i morti, ma piuttosto di ridurre in salvo i vivi, trovò il modo di far che i due superstiti uscissero di quella disperata mischia. E cogliendo il momento che i nemici (maravigliati anch’essi del feroce atto d’Averardo) avean fatta un po’ di sosta, stando a vedere come finivan i due caduti nel fiume, disse prestissimamente a Lamberto:
—Salviamo Bindo, chè qui è affar finito; voi di là, io di qua, tiriamolo in Arno e passiamo, se si potrà.—